...nel mio mondo il cemento più saldo è quello disarmato.

lunedì 26 aprile 2010

34



 




















All’inizio era un tenero fagotto dagli occhi dolci, lo trovammo per caso e subito lo curammo amorevolmente.
Ci guardava colmo di aspettative e di devozione, come fossimo due onnipotenti divinità orientali.
I giorni mutavano uno nell’altro, l’amore aveva semplicemente cancellato il tempo.
Si dice che la felicità si comprende solo quando finisce; per noi non era così, la percepivamo in ogni istante, eravamo immersi in essa e ce ne nutrivamo per osmosi.
Come un portafortuna, il piccolo animale accompagnava quel nostro tempo senza tempo.
Non so dire con certezza come o perché avvenne il cambiamento, so soltanto che nonostante continuassi a nutrire e accudire la bestiola con la stessa passione, il suo aspetto peggiorava.
Ogni giorno il pelo diveniva più ispido, il corpo s’ingrossava a velocità anormale e il suo sguardo mutò, prima da docile a indifferente, poi, a tratti, mi parve persino di notare dell’astio nei suoi occhi.
Fu allora che l’incantesimo cominciò a incrinarsi e il tempo riprese a scorrere.
Ero turbato, non riuscivo a spiegarmi quelle trasformazioni, fino a quando una notte mi svegliai inquieto, scoprendomi solo nel letto.
Alzandomi per cercare il mio amore la vidi dalla finestra, giù nel cortile, andare verso il granaio dov’era legata la bestia.
Erano gli ultimi giorni d’estate, la luna quasi piena, alta, in un cielo innaturalmente limpido.
Lei avanzava nuda nell’azzurro lunare, senza lasciare impronte, spaventosa e bellissima.
In seguito la vidi ogni notte; non ho mai saputo con cosa nutrisse l’essere ormai irriconoscibile che un tempo era stato il nostro affettuoso amuleto.
Cessai ogni cura e per mesi non aprii più nemmeno la porta dov’era rinchiuso.
Talvolta da dietro le tavole di legno provenivano suoni orribili che fingevo di non udire.
Solo una volta rividi l‘animale.
Verso la metà dell’inverno salii sul tetto della stalla per sistemare alcune tegole sconnesse e da un asse divelta dalla parete del granaio, vidi al suo interno.
Svenni, e restai riverso là sopra per alcune ore.
Quando rinvenni, ero ancora preda di un terrore paralizzante.
Ci vollero diverse decine di minuti prima che trovassi la forza di alzarmi e scendere a terra.
Il cielo è gelido e terso e anche stanotte la luna è quasi piena.
Non dormo; tra poco il mio amore si alzerà e per l’ultima volta, medusa di cobalto, fluttuerà verso il granaio.
Sotto il letto, il fucile di mio padre è carico; due cartucce.
E’ quasi ora, spero di averne il coraggio.
Amore mio.

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domenica 4 aprile 2010

San Glisente e Subito energia




 


Segnalo l’uscita di due ottimi CD, “San Glisente” di Carlo Giordani e “Subito energia”, di WK569 (Federico Troncatti - Piero Villa - Ezio Martinazzi).
Questi due lavori diversissimi tra loro, entrambi provvisti di non comodissime ma pregevoli confezioni, sono frutto della passione di alcuni amici; nel primo caso si tratta di Field Recording, nel secondo invece di Musica Elettronica.

Come riportano le note interne alla custodia, “Sanglisente potrebbe essere definito una fotografia sonora, o, meglio, un documentario senza immagini: si tratta infatti di registrazioni sul campo […] effettuate col preciso intento di catturare suoni e paesaggi sonori”. Tali registrazioni sono state effettuate dall’amico Carlo Giordani (con la collaborazione di Ezio Martinazzi) sul “monte San Glisente, antichissimo luogo di culto, posto a 1956 metri di altezza […] sull'abitato di Berzo Inferiore (BS). [...]Luogo di insolita semplicità e bellezza [...]”.
Per coloro che conservano nel proprio patrimonio di ricordi i suoni delle montagne, della malghe, dei pastori, mucche, mosche, erba, cani, nuvole… insomma tutti quei rumori tipici delle esperienze sonore alpine, questo disco sarà sicuramente di grande interesse; addirittura commovente. Per chi ne è privo questa “musica”, sarà un nuovo territorio da esplorare (non è ancora troppo tardi per farlo fisicamente) che riserverà parecchie sorprese anche agli ascoltatori più esigenti, grazie alla grande qualità sonora della registrazione che riproduce dettagli incredibilmente realistici. A questo indirizzo: http://alink2thepast.blogspot.com/2010/03/una-lunga-gestazione.html , trovate tutte le informazioni utili.

Per quanto riguarda “Subito energia” le spiegazioni tecniche restano in sospeso poiché si tratta, a mio parere, di una sorta di CD/ricognitore lanciato in uno spazio sonoro-compositivo inesplorato; questo spiega l’assenza di note esplicative all’interno della confezione.
Se tale assenza penalizza la piena comprensione del lavoro, non ne limita il fascino. L’ascolto di questa “generazione elettronica in tempo reale con editing sottrattivo in tempo differito”evoca una musica aliena, come provenisse appunto da un mo(n)do “altro”, diverso, di concepire, combinare e forse anche percepire i suoni; perdersi in essa dà l’ebbrezza di un viaggio nel cosmo. Nell’attesa di futuri sviluppi credo che per chi cerca nella musica qualcosa di nuovo, non prevedibile o scontato, per chi ama smarrirsi dentro insoliti mondi sonori, l’ascolto di “Subito energia” darà parecchie soddisfazioni. Ecco la mail per richiederlo e l’indirizzo myspace per ascoltarne un frammento: posta@wk569.eu - http://www.myspace.com/wk569

Buona degustazione.

domenica 7 marzo 2010

Fontane























Riparte il progetto “Fontane” iniziato nel 2009 con gli amici Carlo Giordani ed Ezio Martinazzi, si tratta di un lavoro di registrazione audio (in primis), video e fotografica, delle fontane più interessanti della Valle Camonica.
Ogni fontana “canta” infatti in modo differente dalle altre, ognuna ha la sua propria ed unica voce che vorremmo documentare e in qualche modo preservare dall’oblio.
Invitiamo tutti gli amici della “Valle” a segnalarci fontane interessanti, escludendo quelle architettoniche o troppo recenti, come li invitiamo anche a comunicarci storie, aneddoti o altro che le riguardano.
Si tratta di un lavoro per il quale è difficile stabilire un termine ma una volta raggiunto, vorremmo che si concretizzasse nella pubblicazione del materiale più interessante.
Di seguito riporto alcune note del progetto.
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Una fontana è un dispositivo da cui è possibile attingere acqua; nel caso non sia collocata presso una sorgente l’acqua raggiunge la fontana tramite un impianto idrico. Erano molto importanti e diffuse nei centri abitati prima che l'acqua corrente fosse disponibile nelle singole abitazioni, mentre ora vanno via via scomparendo, al pari dei lavatoi pubblici, posti muniti di vasche ove ci si poteva recare per fare il bucato. Oltre all'uso come punto di accesso all'acqua, le fontane sono usate come elemento architettonico ed urbanistico ornamentale ed artistico, anche di tipo monumentale: esempi sono le fontane ornate di statue o illegiadrite e rese più spettacolari e scenografiche con fantasiosi giochi d'acqua.
da wikipedia - l’enciclopedia libera

Le fontane che ci interessano sono quelle civili, quelle che, come i fari ad esempio, sono in via d’estinzione; obsolete per lo scopo che le ha generate. Oramai non si costruiscono quasi più fontane d’uso, molte vengono soppresse, altre lasciate andare in rovina e in futuro, se è vero che si faranno addirittura guerre per l’acqua, probabilmente le fontane verranno chiuse o abbattute; certo non saranno più con l’acqua corrente di libero e costante accesso. La fontana pubblica contiene già nel nome la sua natura di condivisione, di bene comune, che è il contrario della privatizzazione, della proprietà, del possesso, del lucro, dell’egoismo. La vita stessa, le strategie di sopravvivenza e le esigenze pratiche comuni, ci spingono a coalizzarci come umanità, a condividere, come se questo fosse il flusso naturale delle cose ed ogni forma di esclusività e di chiusura, andassero controcorrente.

Creative Commons LicenseFontana by Stefano Berardi is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
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lunedì 22 febbraio 2010

FuckerStarfuckers


 




















Ecco pronto “FuckerStarfuckers”.
Dal lettore a lato è possibile ascoltarne un breve estratto e più sotto sono riportate le note interne del CD.

Chi fosse interessato a riceverne una copia può richiederla a questo indirizzo: berardistefano@gmail.com

Per chi non desidera il supporto CD con la custodia originale, è possibile richiedere il file audio in mp3 e il pdf della copertina “sistema riciclo intelligente” da stampare su fogli A4 di recupero.

Il costo del CD con custodia è di 5€ (escluse eventuali spese di spedizione), quello del file mp3 con copertina in pdf è di 2€.

Il prezzo è dato, in parte dal costo dei materiali e del lavoro tipografico, e in parte dalla volontà di evitare una gratuità che tenderebbe a svalutare il prodotto e a sminuire il lavoro svolto; in questo senso è più che altro un importo simbolico.
Un ringraziamento particolare a Ezio Martinazzi per la consulenza grafico/tipografica e a Piero Villa per aver dato un impulso decisivo alla pubblicazione.

Grazie anche all’ingegner Pavel Pelz della Pelz-Biophone di Praga, per aver concesso i diritti alla pubblicazione della traccia originale “Slavík obecný - Luscinia megarhynchos” dal CD “Mistři pěvci ptačí říše”.

Questo lavoro è dedicato a mio padre, che mi ha trasmesso l’amore per il canto degli uccelli; l’unico cacciatore pentito che abbia conosciuto.

Note
Ogni suono, con l’ausilio di un software di editing audio, può essere mutato al punto da diventare virtualmente qualsiasi altro oggetto sonoro.
In questo caso, la registrazione del canto di un usignolo è stata modificata aggiungendo semplicemente un paio di effetti a tutta la traccia: il risultato, per questo, è stato ancora più sorprendente.
Il titolo è un riferimento scherzoso alla somiglianza di superficie tra questo lavoro e quello del gruppo Starfuckers, immaginando che nel DNA sonoro del canto dell’usignolo vi fosse fin dalle origini, ciò che gli Starfuckers hanno raggiunto solo di recente con un ben più lungo percorso.
Spingendosi oltre, si può immaginare che esista dall’inizio dei tempi, una sorta di madre di tutti i rumori, che, diversamente dal rumore bianco, possa essere plasmata, dagli eletti, fino a farle assumere forme leggiadre, senza per questo rinunciare ad alcuno dei suoi figli sonori… e l’usignolo è un eletto.


 
L'usignolo (Luscinia megarhynchos)canta con toni chiari e forti e il suo gorgheggio, composto da strofe di toni singoli e doppi, densamente allineati gli uni agli altri, è considerato tra i più belli e complessi.
All'inizio della primavera gli usignoli cantano prevalentemente di notte e cessano al mattino; con il proseguo della stagione invece, si possono sentire nitidamente anche durante il giorno.
Il canto serve loro soprattutto per la delimitazione del territorio e per l'attrazione di partner femminili.
Gli usignoli maschi imparano a cantare nella prima giovinezza dagli uccelli vicini e conoscono con scioltezza tra i 120 e i 260 tipi diversi di strofe, che durano per lo più da due a quattro secondi.
Tutte le strofe hanno delle precise peculiarità che danno luogo alla differenziazione di dialetti regionali.
Il canto dell'usignolo è oggetto di ricerca da parte dell'etologia soprattutto per la sua complessità e per la funzione della memoria.
In passato veniva considerato un antidolorifico e poteva portare al morente una morte dolce e al malato una pronta guarigione.

da wikipedia - l’enciclopedia libera




Thanks to audio editor softwares, every single sound can be changed to the point of virtually becoming any other sound object.
In this case, the recording of a nightingale singing was changed just adding a couple of effects to the whole track: the result was even more surprising than what we could expect.
The title is a humorous reference to the superficial resemblance between this work and the band Starfuckers’, imagining that in the DNA of the nightingale singing there was originally what Starfuckers have only recently reached through a much longer way.
Going further, we can assume that, since the beginning of time, a sort of existing “mother of all noises” , unlike the white noise, has been molded by noble entities in order to be gracefully shaped without giving up any of her “sound kids”….the nightingale is one of her noble kids.


The nightingale (Luscinia megarhynchos)sings in clear strong tones and its warbling of verses, composed of single and double aligned tones, is considered one of the most beautiful and complex ever.
In early spring nightingales mainly sing at night and stop in the morning; yet, going on through the season, you can clearly hear them even during the day.
They mainly sing to delimit their territory and to attract female partners.
Male nightingales learn to sing in their early youth, influenced by other birds nearby, and they know how to fluently sing 120-260 different kinds of verses lasting basically 2-4 seconds.
Every verse has its own peculiarities determining the differentiation of regional dialects.
The song of the nightingale has being researched by ethology especially for its complexity and for the function of the memory. In the past it would be considered as a pain reliever and it could lead to a sweet death; it could also lead sick people to a quick recovery.   
wikipedia  -


You can request a copy of the cd  writing to: berardistefano@gmail.com
If you prefer to receive the cd without its original case, you can request the mp3 audio file and the pdf of the cover “clever recycling system” you can print on A4 sheets.
The complete cd costs 5€ (shipping costs not included); the mp3 file plus the pdf of the cover cost 2€.
The price of the cd is due to both the cost of the materials and the topographic work, and to our desire to avoid a form of “gratuitousness” that would undervalue the work and the product itself; that’s why it is basically a symbolic price.
Thanks to the engineer Mr. Pavel Pelz of Pelz-Biophone in Prague, for granting the rights to publish the original track “Slavík obecný - Luscinia megarhynchos” taken from the CD “Mistři pěvci ptačí říše”.
This work is dedicated to my father who taught me to love birds singing…the only person I’ve met who regretted being a hunter.



"Ora ascolto il canto degli usignoli con altre orecchie". Emanuele Giannini, Starfuckers

 



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giovedì 4 febbraio 2010

fuoco flauto n.10 - Cento per cento americano



















fuoco flauto n.10


Cento per cento americano

Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell'India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente domesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti inventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell'Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani.
Tornato in camera da letto, prende i suoi vestiti da una sedia il cui modello è stato elaborato nell'Europa meridionale e si veste. Indossa indumenti la cui forma derivò in origine dai vestiti di pelle dei nomadi delle steppe del- l'Asia, si infila le scarpe fatte di pelle tinta secondo un procedimento inventato nell'antico Egitto, tagliate secondo un modello derivato dalle civiltà classiche del Mediterraneo; si mette intorno al collo una striscia dai colori brillanti che è un vestigio sopravvissuto degli scialli che tenevano sulle spalle i croati del diciassettesimo secolo. [...]
Andando a fare colazione si ferma a comprare un giornale, pagando con delle monete che sono un'antica invenzione della Lidia. Al ristorante viene a contatto con tutta una nuova serie di elementi presi da altre culture: il suo piatto è fatto di un tipo di terraglia inventato in Cina; il suo coltello è di acciaio, lega fatta per la prima volta nell'India del Sud, la forchetta ha origini medievali italiane, il cucchiaio è un derivato dell'originale romano. Prende il caffè, pianta abissina, con panna e zucchero. Sia l'idea di allevare mucche che quella di mungerle ha avuto origine nel vicino Oriente, mentre lo zucchero fu estratto in India per la prima volta. Dopo la frutta e il caffè, mangerà le cialde, dolci fatti, secondo una tecnica scandinava, con il frumento, originario dell'Asia minore. [...]
Quando il nostro amico ha finito di mangiare, si appoggia alla spalliera della sedia e fuma, secondo un'abitudine degli indiani d'America, consumando la pianta addomesticata in Brasile o fumando la pipa, derivata dagli indiani della Virginia o la sigaretta, derivata dal Messico. Può anche fumare un sigaro, trasmessoci dalle Antille, attraverso la Spagna. Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi semiti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato in Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che si agitano all'estero, se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indo-europeo, ringrazierà una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento americano.

Ralph Linton, Lo studio dell’uomo - Il Mulino 1973




The anthopologist Ralph Linton (Philadelphia, 27 February 1893 - New Haven, 24 December 1953) was one of the most respected American anthropologists of the mid-twentieth century of his time, and is particularly remembered for his texts The Study of Man (1936)… http://en.wikipedia.org/wiki/Ralph_Linton

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.




Note

Questo brano dell’antropologo americano Ralph Linton, che avrebbe potuto intitolarsi “Cento per cento Italiano”, ci dimostra che le nostre tradizioni sono la somma di usi e costumi di diverse popolazioni mischiatesi o venute a contatto nel passato. E’ importante prenderne coscienza poiché la mancanza di questa informazione è un ottimo strumento per quelle forze che campano sulle paure.
Spesso chi parla di difesa delle proprie tradizioni, di queste non sa nulla; tale difesa si riduce generalmente alla traduzione della cartellonistica stradale nei dialetti locali.
Durante il periodo del mio avvicinamento all’etnomusicologia ho conosciuto diverse persone impegnate seriamente e da anni, in ricerche storiche ed etnologiche in Italia e all’estero, ed è significativo notare che nessuno di loro parla mai di “difesa delle tradizioni”, semmai di studio e comprensione, cosa che richiede enormi energie e competenze.
Linton ci fa riflettere con ironia e sobrietà, qualità di cui abbiamo tanto bisogno in un paese dove spesso si grida “razzista” con lo stesso astio e la stessa intolleranza dei razzisti stessi.


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lunedì 18 gennaio 2010

Franco è morto
























Franco è morto.
Mica male come inizio, bello forte… sì, così va bene.
Franco è morto, e ogni volta che pronuncio il suo nome, anche solo con le labbra della mente, tutti i ricordi di lui si riversano nel presente.
Tutti insieme, in una velocissima coda, tanto vicini che si urtano l’un l’altro, come i carrelli del supermercato spinti dai pakistani.
Come fosse il download di un backup… che parole! Anche solo il suono che hanno, è una valida ragione per non usarle… barbarismi di barbari del cazzo… i francesi mica dicono computer, dicono ordinateur, perché noi non diciamo calcolatore? Certo i francesi…
Franco è morto, ed è come se ogni volta tentassi disperatamente, con i ricordi, di tornare al punto di ripristino.
Impossibile ripristinare.
Franco è morto, ma io non ero lì.
Ricordo la telefonata di mio padre: “Go na brota notissia de dat, le mort Franco - Quale franco? – El to amico Franco”.
Franco è morto. “Quale Franco?” La puerilità di una domanda di uno che non è mai cresciuto e che non crescerà mai, di uno che cerca di vincere la morte facendo finta di non sapere quale Franco, di uno che cerca di vincere la morte con la domanda più stupida del mondo, con qualche stupido suono umano, col nulla.
Impossibile ripristinare.
Sono salito in macchina e ho fatto lo stesso percorso, dalla città alla valle, che io e Franco abbiamo fatto centinaia di volte, moltissime insieme, in macchina, in vespa, in treno.
All’ingresso dell’obitorio, poco dietro di me, vedo Alessandro che è appena arrivato e aspetto che mi raggiunga. Mi abbraccia e mi dice fra le lacrime: “Ma che cazzo mi ha fatto su?” Come se ci avesse volontariamente giocato un brutto tiro, come se non si rendesse conto, Franco, della gravità di quello che ci ha fatto… a noi.. perché la morte colpisce i vivi, mica i morti.
E’ il dolore che ci fa dire certe cose? L’egoismo? O l’affetto?
Non ricordo bene il suo volto nella bara, ricordo solo sulle guance piccole ragnatele di vene violacee, forse per incuria degli addetti alle onoranze funebri, che non lo facevano sembrare lui… e, infatti, non era lui, non era già più lui.
Ricordo il pianto che non si fermava o che non volevo fermare, come se, fermando il pianto fosse venuto meno il mio risentimento verso l’ineluttabilità della fine, la mia assurda resistenza, che è la mia incapacità alla comprensione della morte.
Ricordo proprio questo come dolore più grande, l’incapacità a capire; la morte è la negazione stessa della vita in quanto senso delle cose, è il non senso, il non esistere, l’essenza della negazione, il male sordo, cieco, muto, decerebrato, inconsapevole, incosciente, antimateria, antitutto, come un mostruoso buco nero la cui volontarietà nel far del male sarebbe già una consolazione, invece no! Moralmente neutro, per questo di indicibile violenza.
Franco è morto, e Roberta adesso come fa? Come fanno sua madre, suo padre, suo fratello e i suoi nipoti? E come facciamo adesso tutti noi, suoi amici?
Ricordo il pianto di sua nipote, bellissima nel dolore.
Lo zio Franco è morto, il meraviglioso zio Franco, il migliore zio possibile, e per chi non lo ha conosciuto è difficile capire che per la nipote, in quel momento, è morto Dio, almeno il Dio giusto ed equo che ci hanno raccontato.
Lei lo adorava, Franco piaceva subito a tutti; la sua vociona, la risata, il sorriso, il suo umorismo, il suo senso dell’amicizia, la sua sincerità, il suo coraggio…
Non posso credere che si sia perso tutto, i suoi ricordi, quelli della naja da alpino, quelli di scuola, l’amore per la montagna, per le cose semplici del paese… Certo alcuni non sono persi, sono dentro di me, dentro tutti quelli che l’hanno conosciuto, ma sono i nostri ricordi, non i suoi, i suoi sono persi, per sempre.
Non posso credere di averlo perso. Sì, è la parola giusta, come se avessi perso per strada un pezzo di me, un pezzo importante, un occhio, un braccio, una gamba, però dentro, che non si vede, che sembri sempre intero, come prima, visto da fuori, dagli altri. Ma non sono più come prima.
Mica si può più, salire in montagna in piena notte con la sua Prinz verde, ascoltando i Talk Talk, mica si può più, passare la notte sul prato con la bottiglia di caffè alla grappa guardando sgomenti miliardi di stelle davanti a noi, mica si può più, aspettare l’alba annunciata da un uncinetto di rugiada sull’erba. Mica si può più, e non si può più nemmeno salire insieme alla croce, sulla vetta, come avevamo progettato molte volte, non si può più.
Impossibile ripristinare.
La settimana prima avevo incrociato Franco in montagna, dopo un bel po’ che non ci vedevamo.
Era sceso dall’Ape che usava in paese e mi aveva salutato in modo particolare, stringendomi la mano con entrambe le sue e dicendomi: “Sai che mi fa piacere un casino vederti!”.
Una dimostrazione di affetto così palese era inusuale tra noi “uomini”, tanto che avrei potuto rispondergli “Mavacagare” e giù a ridere come asini tutti e due.
Invece ne rimasi commosso e risposi: “Anche a me, tanto”.
Sì, vabbè, si dicono sempre queste cose, quando uno muore ecco che saltano fuori tutti i presagi e le cazzate varie, per carità. A me interessa solo quel che è successo.
Mi basterebbe tornare anche solo a quel momento, e dirgli di più, dirgli: “Sì cazzo, anche a me mi fa piacere Franco” E dirgli che gli voglio bene, dirgli le cose che gli “uomini” non si dicono, e abbracciarlo e non lasciarlo andare via più, non lasciarlo andare incontro alla morte dalla bocca storpia e nera, bavosa e demente, andare alle baite, sul monte e non tornare mai più giù.
…che non è mai cresciuto e che non crescerà mai.
Franco è morto, senza nessun preavviso, se non un bruciore di stomaco, nemmeno troppo forte.
Come se ci dovesse essere il preavviso, come se morire così, a metà strada, fosse scorretto.
Franco è morto, tra le braccia di Roberta, le braccia della stessa mia disperata impotenza, nella sua casa in valle; è sepolto nel cimitero del paese e guarda per sempre le montagne di fronte, le bellissime montagne.
Ogni tanto vado a trovarlo, e le guardiamo insieme le montagne, bellissime montagne, e faccio quelle cose che fanno in tanti, gli parlo, porto una fotografia di noi con Gabriella e la Prinz parcheggiata accanto alla strada del monte, gli faccio ascoltare ancora i Talk Talk… Renée, Renée, Renée, Renée, baby how the weeks fade, baby how the streets change…
“Lo sai che gli ultimi due dischi che hanno fatto sono diversissimi, ma devi sentire che roba, fantastici!”.
Ecco cosa facevano quelle persone che vedevo da piccolo, quando al cimitero mi ci portavano per forza!
Stupidi uomini.
Franco è morto, due anni fa.
Non adesso, mentre piango davanti al calcolatore o come cazzo si chiama questa macchina di merda, inutile, come quasi tutto quello di cui ci circondiamo, cose di cui siamo schiavi, oggetti di esorcismo alla morte, che saranno certo utilissimi quando ci presenteremo a lei, stupide e stupite figurine col nostro carico di allegati e cd-rom.
Non un’ora fa, mentre camminavo con gli occhi lucidi per le strade qui intorno e la gente mi guardava come si guarda uno da compatire, uno che “chissà cosa cazzo cià quello lì?”.
E’ morto prima, tante volte, ogni volta quando, non ricordo con quale percorso, arrivo al suo nome e ricomincia tutto il riversamento dati, come un rito, per non dimenticare o per sopportare l’insopportabile.



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