...nel mio mondo il cemento più saldo è quello disarmato.

lunedì 4 maggio 2009

fuoco flauto n.1 - Scarpe

















fuoco flauto n. 1

Scarpe

Stando più basso di loro che mi circondano seduti sul declivio, vedo luccicar le brocche delle cento scarpe ferrate.
Attacco a parlar scarpe, allora.
Pochi han serbato le proprie.
Avevano la moglie o il padre a cui doverle passare; erano scarpe aspettate.
Eppoi sono stati tentati dalle scarpe nuove che dà la patria.
La patria – che è tanto potente – avrà certo preparato scarpe migliori del loro ciabattino.
Ma quelli che han confidato nella patria, si sono sbagliati; quelli che confidano nel ciabattino han fatto bene.
Levano il piede asciutto di dentro l’onesta scarpa puntuta del montanaro, tomaia arcuata sui cui scivola l’acqua, suola che non sporge per farsi vedere, ma aderisce alla tomaia con stretta fessura che un fià de grasso basta a impermeabilizzare.
Le scarpe che la patria ha dato – invece – son massa grame.
O se bagnassero soltanto d’acqua!
Ma mordono cogli acidi di conciatura!
O se bagnassero solo quando piove!
Ma sentono la nuvola in cielo; se appare la nuvola siamo belle fregati.
Sono il nostro barometro le scarpe della patria.
O se sciupassero soltanto i piedi!
Ma sciupano le calze col tannino. Sapete che una calza dura una marcia a un soldato?
Si nutre di calze la scarpa americana.
“Noi erimo abituati che nele nostre scarpe prima d’un ano no ghe pioveva”.
E’ una parola che fa pensare.
Eppoi, anche la forma sbagliata.
E’ stata scelta la scarpa quadra.
Ma noi non siamo plantigradi americani.
A noi ci vuole la scarpa puntuta perché sotto la punta c’è il dito grosso, dito forte che piega, che trova la ruga sulla parete e ci si tiene; che spezza la crosta, che fruga.
Scarpa che si cambia: piede sinistro fa piede destro, quando uno è più consumato.
Abbiamo perso al sua utilità così giovevole all’alpino.
E perché tanto forti nel mantice, dove bisogna esser gentili?
Guardo con tristezza le scarpe della civiltà presuntuosa che ha spezzato quelle primitive, figlie allo zoccolo montanaro e somiglianti al loro padre.
E’ la superba civiltà del progresso senza confini.
Da una parte entra i bovi; dall’altra esce 3000 tomaia confezionate.
O se sciupassero solo i piedi queste tomaie civili!
O se bagnassero solo quando piove!
Ma durano bagnate nella locanda del vento che ‘è la camerata.
Guardo con tristezza le scarpe della nostra potente patria: le mie e le loro, qui su questo prato d’Italia dove vorrei spiegare perché la scarpa d’Italia è la migliore.
Poi dico: ragazzi, sopportiamo perché è la nostra patria.
Facciamo conto di essere un po’ maltrattati da nostra madre.
Rimediamo col grasso, rimediamo con la cura.
Ho saputo che un nostro capitano ha fatto fare le 250 scarpe della sua compagnia, di tipo montanaro, da calzolai montanari.
Ha speso di più, ma tutti i soldati han pagato la differenza volentieri.
E’ un falso risparmio quello della meccanizzazione moderna.
E’ una falsa moltiplicazione dei beni questa civiltà cittadina.
Tutti i beni sono limitati da inviolabili confini.
Chi non li conosce paga pena.
Queste scarpe che non durano, che mal si possono riparare, fan scontar proprio in tempo e denaro il vantaggio di tempo e denaro realizzato colla celerità di confezione.

Piero Jahier, Con me e con gli alpini, Mursia


Piero Jahier (Genova, 11 aprile 1884 – Firenze, 10 settembre 1966) è stato uno scrittore e poeta italiano.
Nacque a Genova nel 1894 da famiglia, da parte del padre, piemontese e protestante, e in questa città trascorse la sua fanciullezza. Compì i primi studi a Torino e a Susa dove il padre, pastore valdese… http://it.wikipedia.org/wiki/Piero_Jahier

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.



Note

E’ subito chiaro Il grande rispetto di Jahier per le cose, per il loro valore in termini di lavoro, esperienza, fatica (erano scarpe aspettate); oggi si direbbe riciclo, riuso e sempre si è detto più semplicemente risparmio o buon senso.
Nella parte centrale del brano c’è un’analisi del perché la scarpa italiana sia meglio di quella americana, così intelligente e puntuale da sembrare quella di un bravo designer, di un Munari ad esempio.
Anche i valori della tradizione e dell’esperienza, della vicinanza con la natura e con i suoi ritmi sono espressi chiaramente (…le scarpe [ ] primitive, figlie allo zoccolo montanaro e somiglianti al loro padre).
Ancora la critica alla civiltà della velocità, del finto risparmio (E’ la superba civiltà del progresso senza confini. Da una parte entra i bovi; dall’altra esce 3000 tomaia confezionate).
Jahier critica la Patria (Stato) col diritto di chi le è legato da profondo rispetto e affetto filiale (Facciamo conto di essere un po’ maltrattati da nostra madre).
E in fine un messaggio inequivocabile, lapidario e attualissimo (E’ un falso risparmio quello della meccanizzazione moderna. E’ una falsa moltiplicazione dei beni questa civiltà cittadina.
Tutti i beni sono limitati da inviolabili confini. Chi non li conosce paga pena. Queste scarpe che non durano, che mal si possono riparare, fan scontar proprio in tempo e denaro il vantaggio di tempo e denaro realizzato colla celerità di confezione).
“Mi dicono pignolo, come in Italia chiamano chiunque faccia il proprio dovere”; la condotta morale di Piero Jahier era già considerata intransigente al suo tempo, figuriamoci oggi!
Eppure per qualcuno è un elisir che scalda cuore e mente e che invito a sorseggiare ri-scoprendo questo grandissimo autore.

giovedì 12 marzo 2009

Basta musica!























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Nel 2004, per l’etichetta Piccolifuochi, esce “Basta musica!” il mio primo lavoro musicale in numero virtualmente infinito di copie numerate e confezionate a mano.
Questo “disco” è frutto di un periodo di riflessione sulla musica, su cosa lo è e cosa no, ma anche di un periodo di overdose da musica e di un periodo di riscoperta del silenzio, sia come elemento musicale sia come valore indispensabile, sottovalutato e quasi perso, della vita.
ATTENZIONE, la confezione non contiene cd!
Eppure si tratta di un lavoro assolutamente musicale (e non solo), un tutto “pausa”.
In copertina avrebbe potuto campeggiare un segno di notazione della pausa o anche tutti, ma non volevo attribuirle una durata determinata, volevo che fosse, per chi lo desidera, infinita.
Ho così optato per l’immagine di un gioco (cosa serissima come diceva Munari) che è anche un rompicapo, la cui soluzione richiede l’accostamento dei vari elementi in modo da creare la continuità delle linee colorate su di essi rappresentate; un tirare le fila, ritrovare la strada, ricomporre i pezzi, cosa di cui tutti abbiamo bisogno prima o poi, proprio come del silenzio.
Se nel mondo della musica e dell’arte il mio nome fosse illustre, non avrei bisogno di scrivere questa avvertenza ma non lo è, e non voglio rischiare di dover dormire in macchina per paura che qualche squilibrato mi aspetti sotto casa e mi pesti per avere indietro i soldi del cd che non c’è.
Stefano Berardi

Un grazie particolare per l'uso dell'immagine del tantrix ad Alessandro Deriu, importatore e distributore per l'Italia di tutti i prodotti Tantrix, e Mike McManaway, inventore del prodotto e fondatore/proprietario di Tantrix NZ.
Chi fosse interessato ad avere una copia del lavoro, può richiederla scrivendo a: berardistefano@gmail.com
Il costo di ogni copia si riduce al solo rimborso del costo dei materiali, si tratta quindi di pochi spiccioli.
Verrà fornita una sola copia a testa, salvo casi particolari, comunque mai più di due.


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Basta musica! by Stefano Berardi is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
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lunedì 23 febbraio 2009

Noi non dimenticheremo.

VERGOGNA!

Sono stati assolti i tre imputati al processo per l'uccisione della giornalista AnnaPolitkvoskaya, assassinata a Mosca nell'ingresso della sua abitazione nell'ottobre 2006. I tre, giudicati non colpevoli al termine di un controverso processo presso il tribunale distrettuale militare di Mosca, sono Sergey Kadzhikurbanov, un ex agente speciale degli Interni, che ha dovuto rispondere dell'accusa di avere partecipato all'organizzazione dell'assassinio, e i due fratelli Ibrahim e Dzherbrayl Makhmudov finiti alla sbarra come informatori e 'aiutanti' dei killer. Figure, comunque, a figure di secondo grado, in assenza dell'individuazione di un preciso mandante. Secondo la giuria, il processo non ha dimostrato la colpevolezza dell'ex collaboratore del ministero dell'Interno, Sergey Kadzhikurbanov, come neppure dei due fratelli Makhmudov. I tre, precisa l'agenzia Ria Novosti, ora debbono essere rilasciati, direttamente nell'aula del tribunale. Secondo l'accusa, Kadzhikurbanov - che all'epoca dell'assassinio di Politkovskaya era appena stato scarcerato da una prigione moscovita - avrebbe organizzato un gruppo criminale che avrebbe arruolato i fratelli Makhmudov. I due oggi giudicati innocenti avrebbero pedinato la vittima per tracciare i suoi abituali movimenti. E, secondo l'accusa, Dzhebrayl avrebbe portato sul luogo dell'omicidio un loro terzo fratello, Rustam, considerato l'esecutore materiale dell'assassinio e probabilmente fuggito all'estero.

Andrea Riscassi

http://annaviva.com/
http://www.articolo21.info/8100/notizia/non-lasciare-impunito-lomicidio-di-anna.html
http://www.internazionale.it/home/primopiano.php?id=21631
http://it.wikipedia.org/wiki/Anna_Stepanovna_Politkovskaja
http://en.novayagazeta.ru/data/2008/89/00.html



domenica 15 febbraio 2009

Кинотеатр



















Come appassionato di cinema mi viene spesso rivolta la domanda "quali sono i tuoi film preferiti?".
Per chi come me ha visto migliaia di film, l'impresa di compilare un elenco dei "film preferiti" diventa impossibile, ma lo è anche solo trovare un metodo valido per cominciare il lavoro, visto che in "preferiti" ci va dentro tutto, preferiti perché?
Lo stesso vale per la musica, la letteratura e molto altro.
Confesso di averci provato per gioco, ma la cosa si è subito rivelata per quello che è: un lavoro infinito.
Molto più modestamente e realisticamente, ho provato invece a stilare una lista utilizzando come unico criterio quello di mettere insieme film che rivedrei volentieri.
Un criterio emotivo quindi, legato al luogo, al tempo e all'umore del presente (in continuo mutamento in quanto tale).
Eccola:

Addio terraferma - Otar Iosseliani
Un incendio visto da lontano - Otar Iosseliani
Bianca - Nanni Moretti
Essere e avere - Nicholas Philibert
Fat city/Città amara - John Huston
Gadjo dilo - Tony Gatlif
Gli ingannati - Tewfik Saleh
Kids return - Takeshi Kitano
I cancelli del cielo - Michael Cimino
Il dolce domani - Atom Egoyan
Il tempo si è fermato - Ermanno Olmi
Il sapore della ciliegia - Abbas Kiarostami
Il sole della mela cotogna - Victor Erice
La maman et la putain - Jean Eustache
La nube - Fernando Ezquiel Solanas
Il figlio - Luc e Jean-Pierre Dardenne
La sala della musica - Satyajit Ray
La valigia dei sogni - Luigi Comencini
Le invasioni barbariche - Denys Arcand
Dans la ville blanche - Alain Tanner
Lo spione - Jaen-Pierre Melville
Lontano da Dio e dagli uomini - Saruna Bartas
L'ultimo cinema del mondo - Alejandro Agresti
Madre e figlio - Alexandr Sokurov
Marie-Jo e i suoi due amori- Robert Guediguian
Traffic - Jacques tatì
Pane e fiore - Mhosen Makhmalbaf
Perchè Bodhy Darma è partito per l'oriente - Yong-Kyun Bae
Sayat nova - Sergei Paradjanov
Vivere - Akira Kurosawa
Stalker - Andrej Tarkovskij
Tabù-gohatto - Naghisa Oshima
Yol - Yilmaz Guney
Va e vem - Joao Cesar Monteiro
Soy Cuba - Mikhail Kalatozov
La grande abbuffata - Marco ferreri

martedì 3 febbraio 2009

Uomo di guscio























Il progetto “Grygory Krapotkyn” nasce con la precisa intenzione di rendere aperto un lavoro musicale e testuale nato chiuso.
I testi, o meglio la loro concezione tutt’una con la parte sonora, nascono in un momento personale doloroso, di chiusura, superato il quale, l’apertura, la collaborazione, la condivisione, lo scambio, l’influenzarsi a vicenda con altre persone, amici prima che musicisti, sono state esigenze naturali.
Da queste collaborazioni la forma originale dei brani ne esce completamente mutata nella parte sonora, lasciando pressochè intatta quella testuale.
Un caso a parte è il testo di "Lei verrà" che è tratto da una poesia di Abdulah Sidran, o meglio, è un estratto dall'adattamento di una sua poesia intitolata "Prendendo l'osso e la polpa", per il film "Il cerchio perfetto" di Ademir Kenovic, fatto dallo stesso Sidran in quanto co-sceneggiatore.
Ne approfitto per consigliare il libro di Sidran "Il cieco canta alla sua città" uscito per le edizioni Saraj.
Si tratta di alcuni brani registrati in un'unica seduta presso la sala di registrazione esinese “Rumore Bianco”.
Dal lettore in basso è possibile ascoltare il brano "Lei verrà".
Successive sedute hanno dato vita ad altri brani, che sono andati perduti, tutti ugualmente e obbligatoriamente imperfetti in quanto appartenenti ad un altro tempo e ad un altro luogo, quelli del disagio interiore.
Tutte le parti musicali sono frutto di improvvisazioni estemporanee, mentre i testi già esistevano come tali e quindi mai provati vocalmente.
Le tracce, lasciate grezze, sono la fonografia (senza mettersi in posa) di un momento, imprecisioni e ingenuità comprese... come nella realtà.
Gli amici che hanno collaborato a questa prima prova sono Fabrizio al basso e Jingo alla chitarra, mentre il parlante (cantante offende me e i cantanti) e seconda chitarra appena udibile, sono io.
Ringrazio Fabrizio (mai abbastanza) e Jingo (che alla fine di uomo di guscio ha sghignazzato per venti minuti ed è riuscito a farmi ridere sull'orlo del suicidio), e Piero che ci ha messo a disposizione “Rumore Bianco”.


Occhio al volume.






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Immagine:
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sabato 10 gennaio 2009

Discorso tipico dello schiavo














Uno degli aspetti più micidiali dell’attuale cultura, è di far credere che sia l’unica cultura, e invece è semplicemente la peggiore.
Gli esempi sono nel cuore di ognuno, ad esempio, il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni la settimana è la cosa più pezzente che si possa immaginare.
Coma si fa a rubare la vita agli esseri umani in cambio del cibo, del letto e della macchinetta?
Mentre fino a ieri credevo che mi avessero fatto un piacere dandomi un lavoro, da oggi penso -“Pensa questi bastardi, che mi stanno rubando l’unica vita che ho, perché non ne avrò un’altra, ho solo questa, e loro mi fanno andare a lavorare cinque, sei giorni alla settimana e mi lasciano un miserabile giorno per fare cosa? Come si fa in un giorno a costruire la vita?”.
Intanto uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero, perché se no, anche se un giorno la porta sarà aperta, lui non vorrà uscire.
Deve sempre pensare con una coscienza perfetta -“Questi stanno rubandomi la vita in cambio di millecinquecento euro al mese, bene che vada, mentre io sono un capolavoro il cui valore è inenarrabile”.
Non capisco perché un quadro di Van Gogh debba valere settantasette miliardi e un essere umano , millecinquecento euro al mese, bene che vada.
Secondo me poi, siccome con le nuove tecnologie i profitti sono aumentati almeno cento volte, l’orario di lavoro doveva diminuire almeno dieci volte; invece no!
L’orario di lavoro è rimasto intatto.
Oggi so, che mi stanno rubando il bene più prezioso che mi è stato dato dalla natura.
Pensa alla cosa più bella che la natura propone, che è quella, mettiamo, di fare l’amore.
 Immagina che tu viva in un sistema politico, economico e sociale in cui le persone siano obbligate, con quello che le sorveglia, a fare l’amore otto ore al giorno; sarebbe una vera tortura!
E quindi perché non deve essere la stessa cosa per il lavoro che non è esattamente più gradevole che fare l’amore?
La gente va a lavorare sei giorni la settimana, certo ho il mitra alla nuca e lo faccio, perché faccio il discorso -”meglio leccare il pavimento o morire? Meglio leccare il pavimento!”.
Ma quello che è orrendo in questa cultura, è che leccare il pavimento è diventata addirittura un’aspirazione, capisci?
Ma è mostruoso, che una persona debba andare a lavorare otto ore al giorno e debba essere pure grato a chi gli fa leccare il pavimento, capisci?
Tutto ciò è oggettivamente mostruoso, ma laddove la coscienza produce coscienza, tutto ciò è effettivamente mostruoso.

Intervistatore
-Si va bene, ma ormai è irreversibile la situazione.

Silvano Agosti
Tu fai giustamente un discorso in difesa di chi ti opprime, perché è tipico dello schiavo.
Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte.
Perché lo schiavo, non è tanto quello che ha la catena al piede, quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.
Ma rispetto a quello che tu mi hai detto adesso, quando Galileo ha enunciato che era la terra a girare intorno al sole, ci sarà sicuramente stato qualcuno come te, che gli avrà detto -“Eh sì, sono ventidue secoli che tutti dicono che è il sole che gira intorno, mò arrivi te a dire questa stronzata! E come farai a spiegarlo a tutti gli esseri umani?”
-“Non è affar mio, signori!”
-“Allora guarda, noi, intanto, ti caliamo in un pozzo e ti facciamo dire che non è vero, così tutto torna nell’ordine delle cose”.
Perché tutto l’occidente vive in un’area di beneficio? Perché sta rubando otto decimi dei beni del resto del mondo.
Non è che noi stiamo in un regime politico capace di darci la televisione, la macchina, no! è un sistema politico che sa rubare otto decimi a tre quarti di mondo e che da un po’ di benessere a un quarto di mondo, che siamo noi.
Quindi, signori miei, o ci si sveglia o si fa finta di dormire o bisogna accorgersi che siete tutti morti.

Silvano Agosti