...nel mio mondo il cemento più saldo è quello disarmato.

venerdì 9 ottobre 2009

La silvietà dello spettacolo*



il presidente del consiglio non ha mandato via dalla rai Luttazzi, Biagi e Santoro e la Guzzanti;
il presidente del consiglio non parla inglese come se avesse ingoiato una scatola di Geomag;
il presidente del consiglio non usa la sua carica istituzionale per favorire le proprie aziende;
il presidente del consiglio non minaccia i giornalisti non prezzolati con il gesto del mitra;
il presidente del consiglio non telefona ai dirigenti rai per raccomandare soubrette;
il presidente del consiglio non ha mai dato del Kapò all’europarlamentare Schultz;
il presidente del consiglio non paga i giornalisti perché scrivano ciò che vuole lui;
il presidente del consiglio non elargisce posti in cambio di prestazioni sessuali;
il presidente del consiglio non fa un uso personale della televisione di stato;
il presidente del consiglio non è entrato in politica per salvarsi dai processi;
il presidente del consiglio non ha alcun problema con la lingua italiana;
il presidente del consiglio non assegna poltrone con criteri clientelari;
il presidente del consiglio non ha mai dato dei coglioni agli italiani;
il presidente del consiglio non fa gaffe con i potenti del mondo;
il presidente del consiglio non va a letto con le minorenni;
il presidente del consiglio non ha boicottato Montanelli;
il presidente del consiglio non si fa leggi ad personam;
il presidente del consiglio non frequenta prostitute;
il presidente del consiglio non si è fatto il lifting;
il presidente del consiglio non usa cocaina;
il presidente del consiglio non usa il viagra;
il presidente del consiglio non è mafioso;
Il presidente del consiglio non mente;
le stragi degli anni 70 sono imputabili a Renato Rascel, difatti, dopo morto non ce ne sono più state;
le nano-particelle non sono cancerogene, almeno non le sette nano-particelle conosciute;
Osama Bin Laden è un produttore giapponese di pennarelli;
il DC-9 Itavia è esploso su Ustica a causa di una scorreggia;
le Twin Tower sono state abbattute dagli alieni;
la squola itagliana è la migliore del mondo;
Enrico Mattei è morto annegato;
la chiesa cattolica è povera;
Gesù di Nazareth era ateo;
Giuliano Ferrara è magro;
il Duce non era fascista;
Il petrolio è potabile;
la merda è buona;
il bianco è nero;
il male fa bene.
Il sì è no;
.




*La società dello spettacolo, di Guy Debord: http://it.wikipedia.org/wiki/Guy_Debord

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domenica 4 ottobre 2009

fuoco flauto n.6 - La società orizzontale


















fuoco flauto n.6


La società orizzontale 

Esiste un modo di intendere la comunità che non si basa sulle gerarchie, ma sull’idea che l’umanità si promuova attraverso un percorso armonico in cui la collaborazione di ciascuno, secondo le proprie possibilità, contribuisce all’emancipazione dei singoli e al progredire della società nel suo insieme. 
L’elemento fondante è l’esatto contrario di quello che porta alla sperequazione, alla separazione e all’esclusione. L’umanità non vive, non si emancipa, non progredisce attraverso la selezione, ma prestando attenzione a ogni suo componente. L’origine di questa idea sta nella convinzione che ogni persona è in sé apprezzabile, costituisce un valore, una dignità. Tale modo di intendere è a sua volta conseguenza del riconoscere nell’altro la stessa “natura” che ciascuno vede in se stesso. […] 
Il riconoscimento dell’altro, di tutti gli altri, ha come effetto la percezione dell’essere parte del genere umano ( e non di settori specifici dell’umanità […]) e la consapevolezza dell’esistenza di un collegamento con ciascuno dei suoi componenti, costituito dal comun denominatore della specie.[…] 
Ritenere che l’umanità migliori migliorando ogni suo componente non è soltanto un modo di sentire, una convinzione esistenziale di fondo, ma è anche una concezione basata su criteri di utilità, la quale si sviluppa sulla falsariga di due  diversi profili. 
Sotto un primo aspetto, muovendo dall’osservazione che, in diversa misura, tutti possono contribuire al progredire della società, risulta evidente che a lungo andare, l’esclusione dei “diversi” non farebbe altro che ritardare o addirittura impedire uno sviluppo armonico della specie umana.[…]
Sotto il secondo aspetto, osservando lo stato attuale dell’evoluzione, risulta evidente che il crescente aumento delle penalizzazioni (estrema indigenza di una parte consistente dell’umanità, […] moltiplicazione degli armamenti […]) che già colpiscono o sono in grado di colpire chiunque in un prossimo futuro, dipende proprio dall’applicazione del modello di sviluppo opposto. 
Il modello organizzativo della società orizzontale prevede una distribuzione omogenea dei carichi e delle possibilità, dei doveri e dei diritti, in particolare di quelli fondamentali, vale a dire quelli che costituiscono la base per un’esistenza dignitosa e il presupposto per l’emancipazione dell’individuo. Se, come si è visto, la persona è dignità in sé, se è un valore, ne conseguono il diritto alla vita e quello a esprimere la propria opinione, quelli a muoversi liberamente nel territorio, ad associarsi con altri per perseguire fini leciti, alla libertà personale, ad avere una casa, a ricevere un’istruzione, a curare la propria salute, a trovare un lavoro. 
Poiché ogni persona è dignità e valore, questi diritti sono riconosciuti a  qualsiasi membro della società, senza alcuna eccezione. Di conseguenza, nessuno può essere eliminato fisicamente, ridotto alla condizione di schiavo, ostacolato nel manifestare il proprio pensiero. Allo stesso tempo ciascun membro della società ha il dovere di non attentare alla vita altrui, di non sottomettere le altre persone per soddisfare i propri interessi, di non togliere agli altri la parola e via dicendo.[…] 
Dire che “siamo tutti uguali di fronte alla legge” significa affermare che chiunque si trovi in condizioni analoghe va trattato allo stesso modo degli altri.[…] 
L’uguaglianza di fronte alla legge non ha la conseguenza di far diventare le vite delle persone tutte uguali come delle fotocopie, costringendo a un’esistenza uniforme e ripetitiva. Garantendo il riconoscimento dei diritti fondamentali (in primo luogo quello alla vita) da una parte e dell’uguaglianza di fronte alla legge dall’altra, ciascuno resta artefice della propria emancipazione. 
La società di tipo orizzontale è qualificata non dal percorso che i suoi partecipanti si disegnano vivendo, ma dalla garanzia che tale percorso possa essere intrapreso da tutti in condizioni non discriminate, in cui ciascuno abbia a disposizione ogni strumento possibile.[…] 
Nella società orizzontale, infatti, considerato il principio dell’uguaglianza, ciascuno dei suoi partecipanti è titolare di una serie non indifferente di scelte, tra le quali figura anche la designazione di chi si assume il compito di amministrare la società. Per poter scegliere occorre conoscere le alternative; l’informazione quindi è indispensabile per l’esistenza stessa di questo tipo dio società.

Gherardo Colombo, Sulle regole, Feltrinelli


Gherardo Colombo http://it.wikipedia.org/wiki/Gherardo_Colombo

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.




Note

“La giustizia non può funzionare se i cittadini non comprendono il perché delle regole. Se non lo comprendono tendono a eludere le norme, quando le vedono faticose, e a violarle,quando non rispondono alla loro volontà. Perché la giustizia funzioni è necessario che cambi questo rapporto”.
Questa la tesi da cui muove Colombo per vergare un testo la cui semplicità è forza. Chiarezza ed evidenza sono i motivi per cui “Sulle regole” va in profondità e ci resta come mattone fondante del nostro senso civico. Il classico testo che dovrebbe essere inserito nel programma scolastico italiano (se in Italia ci fosse una scuola decente). Cristallino negli esempi quanto nelle intenzioni, dice Colombo:  “Mi sono dimesso per portare il mio granellino di sabbia sulla strada del cambiamento. Queste pagine sono una parte di quel granellino”. Più che un granellino è un monolite, di quelli che fanno evolvere la specie; speriamo ne arrivi presto un altro.


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mercoledì 23 settembre 2009

Ring Park























Al bar del parco abbiamo bevuto un succo e un caffè, Olga ed io, e ora passeggiamo lungo i vialetti.
Il mattino grigio ha lasciato il posto a un allegro pomeriggio e il sole, che ha già l’inclinazione autunnale, attraversando le fronde degli alberi punteggia il prato di ombre e luci.
Ci sediamo presso una panchina a discutere sulla vita, l’amore, Dio, il sesso, il cubo di Rubik e altre cose di cui non verremo mai a capo; insomma un momento di serenità.
La pace del quadro è turbata solo dal vociare di due coppie di ucraini seduti a pasteggiare sulla panchina a una decina di metri alla nostra sinistra; sono un po’ brilli.
Sento ricorrente la parola “ciornosckiri” - neri, e chiedo a Olga di tradurmi i loro animati discorsi.
“Stanno dicendo che bisognerebbe ammazzare tutti i neri, non importa se africani, pakistani o altro, se hanno la pelle scura, bisogna eliminarli”.
Infatti, parlando, rivolgono spesso il viso in direzione di un gruppo di ragazzi pakistani che chiacchierano seduti sul prato una trentina di metri più avanti.
Una volta constatato, se mai ce ne fosse bisogno, che i razzisti sono trasversali ad ogni nazionalità, cerchiamo di ignorarli e continuiamo a discorrere degli affari nostri.
L’amore è destinato sempre e comunque a finire ed è nella nostra natura cambiare continuamente partner, o meglio lo sarebbe se non fosse per le barriere culturali paleocristiane, oppure siamo noi che non siamo capaci né di mantenerlo vivo né di sceglierci i compagni giusti?
Nel frattempo le voci si sono raddoppiate d’intensità e di numero: ucraino misto italiano e un idioma sconosciuto anch’esso misto italiano.
Voltandoci nella loro direzione scopriamo che i due uomini ucraini si stanno strattonando con due ragazzi di carnagione scura, forse pakistani.
Né io né Olga sappiamo da dove questi ultimi siano sbucati, forse passavano semplicemente di lì, né sappiamo come sia cominciato il diverbio che in breve si è fatto scontro violento.
Uno dei due ucraini, panciuto sui cinquantacinque anni, e il più giovane dei due nuovi arrivati, erano a terra e si prendevano per il collo.
Il secondo ucraino, credo sui venticinque, trent’anni, e l’altro presunto pakistano, più alto e robusto, si scambiavano violenti cazzotti sul volto.
Quest’ultimo dopo aver ricevuto un forte colpo resta intontito mezzo secondo, l’ucraino ha il tempo di prendere mira e rincorsa e lo centra in pieno viso con un pugno fortissimo.
Il viso esplode.
Una rossa ragnatela dal naso vistosamente spezzato su un fianco, si stende su tutto il corpo.
Tumm, a terra.
Tempo fermo.
Sangue dappertutto.
Olga ed io immobilizzati, attoniti, ci scopriamo in piedi a pochi passi dall’uomo steso sull’erba; le mani si toccano, entrambe tremano.
Il contatto mi sblocca e il tempo ricomincia a scorrere, afferro il cellulare e chiamo polizia e ambulanza.
Gli ucraini capiscono e scappano, così anche il pakistano più minuto, solo le due donne si attardano a raccogliere le vettovaglie dalla panchina, poi spariscono anche loro.
Attorno c’è parecchia gente, il gruppo di pakistani, gli addetti alla pulizia del parco, altri italiani, nessuno ha telefonato né fatto nulla.
Il ragazzo a terra mi prega di chiamare qualcuno; lo tranquillizzo: ” Resta disteso, stanno arrivando”.
Sviene.
Il suo compagno torna e sedendosi accanto a lui si accorge che uno degli aggressori ha perso la macchina fotografica.
Se ne accorgono anche gli ucraini che, non vedendo ancora le forze dell’ordine, tornano baldanzosi per riprendersela.
Il pakistano vuole tenersela fino all’arrivo dei poliziotti e se non fosse per un loro terzo compagno giunto in quell’istante a placare gli animi, la rissa sarebbe ricominciata.
Ecco la volante.
Gli agenti dividono i gruppi e tentano di capire l’accaduto ma ognuno dice la sua e quasi non parlano italiano.
Pare che le due donne non si rendano conto della gravità della situazione, pensano solo ad avere indietro la fotocamera.
Ecco il personale medico.
Si scusano per il ritardo, hanno tentato di passare con l’ambulanza sul tappeto erboso e si sono impantanati.
Collari, barelle.
Dico agli agenti che li ho chiamati io, prendono i miei dati e mi dicono che posso andare.
Il terzo uomo dalla pelle scura mi ringrazia mentre ci allontaniamo.
Siamo in macchina, in silenzio e non ricordo nemmeno che vialetto abbiamo percorso per arrivarci.
Nelle orecchie tumm tonfi ottusi tumm colpi tumm pugni contro viso tumm sangue tumm terra tumm.
Quando si riprende Olga mi dice che a suo parere non è stato il pugno a rompere il naso, ma la macchina fotografica.
Forse… troppo veloce per me.
“Hai visto, erano accecati dalla rabbia, se fossero stati armati, adesso ci sarebbe un morto”.
Lei ha un marito in Crimea e si ricorda di quante volte è tornato a casa sanguinante, picchiato solo per essere armeno. Così suo figlio, deriso e maltrattato perché ha tratti armeni e per di più è dislessico.
Ha visto di recente un documentario sugli skinheads russi, tra loro ultimamente va di moda il safari.
Viaggiano in automobile lungo i confini russi meridionali in cerca di famiglie kazake, georgiane, azerbaijane, una volta trovata una preda, donna, vecchio o bambino è lo stesso, la uccidono con pugni, spranghe, catene, cani…
Basta, per oggi è troppo.
Ho bisogno della prova immediata che l’umanità è capace anche d’amore.
Ci abbracciamo e restiamo così per qualche minuto.
Sentiamo i cuori battere asincroni ancora così veloci e forti che quasi ci respingono.
Il tepore dei corpi poi ci tranquillizza.
La riporto a casa.
La sera mi chiama la polizia chiedendomi gentilmente di recarmi in questura per testimoniare sull’accaduto; una cosa veloce dice l’agente.
L’incaricato mi fa attendere mezz’ora; non c’è problema, avrà avuto mansioni più impellenti da svolgere.
Poi ci mette un’ora e mezza per scrivere poco più di una pagina di verbale; niente di personale nei confronti del simpatico agente, ma se ci mettessero qualcuno che ha almeno una vaga cognizione della lingua italiana e sapesse scrivere a macchina meglio del commissario Rex, ciò gioverebbe notevolmente all’intelligibilità delle testimonianze e alla riduzione delle tempistiche.
Cosa accidenti vorrà dire: “La nostra vista è stata protagonista della rissa”? La vista “protagonista”?
Va bene che avranno anche loro carenza di personale, ma una testimonianza credo dovrebbe essere non solo comprensibile ma inequivocabile.
Dopo numerosi tentativi di correzione, stremato e scandalizzato, abbandono la partita e firmo per andarmene a casa.
Posso averne una copia? No.
Dimenticavo, il poliziotto mi ha detto che secondo lui la teoria della macchina fotografica è errata altrimenti l’avrebbero trovata macchiata di sangue e invece non lo era; io avrei da dire anche su questo, ma dopo una giornata così non mi pare il caso di stare a discutere, a ognuno il proprio mestiere.
Mi ha anche comunicato che tutti e quattro gli uomini coinvolti nella zuffa si sono fatti ricoverare e che tutte le loro testimonianze presentano incongruenze.
I due uomini dalla pelle scura e quello che mi ha ringraziato erano egiziani, mentre i due ucraini erano padre e figlio.
Solo ora metto a fuoco un particolare, forse il più disturbante; l’ucraino figlio, prima di accorgersi che stavo chiamando la polizia, ha compiuto, con sguardo invasato e pugni serrati, due giri attorno alla sua vittima, senza pensare ad aiutare il padre che ancora era alle prese con il proprio avversario, tanto era drogato d’ira.
Mi sono venuti alla mente i Berserkers, leggendari guerrieri nordici che al ritorno da una battaglia giudicata non appagante, si scannavano tra loro pur di placare la propria sete di sangue.
Telefono a Olga: occupato.
D’accordo, ci sono gli omicidi, gli stupri, le torture, le guerre, che cosa vuoi che sia un naso rotto?
A volte, forse, la causa di un naso rotto è la stessa di un assassinio.
Da dove viene il male, da dove viene il dolore?
Ci sono cause naturali come i terremoti, i fulmini, le malattie e altro che fanno parte della vita e che, per quanto terribili, dobbiamo affrontare.
Ci sono poi le cause imputabili all’uomo, alla sua ingordigia, alla sua sete di potere, al suo egoismo, alla sua ignoranza, e quindi evitabili e sono quelle che fanno più rabbia, rabbia e pena.
Il razzismo, come tutte le intolleranze, è ed è stato spesso strumento del potere; si può dire che l’ignoranza sia necessaria ad alcuni poteri e, andando oltre, che anche la paura, parente stretta dell’ignoranza, lo sia.
La paura e l’ignoranza sono ottimi strumenti elettorali e quindi di potere e di controllo; oggi in Italia, i migliori.
Sarà forse una riflessione scontata ma quanto incivili siamo ancora, quanto breve è stato il percorso fatto dall’umanità sulla strada del progresso, almeno quello non tecnologico.
Siamo barbari, gretti, meschini, schiavi, meno che uomini delle caverne poiché essi erano più liberi di noi pur non avendo i nostri strumenti per migliorare il mondo e quindi anche meno colpevoli.
Venti milioni di persone muoiono ogni anno per fame, ci sono una trentina di guerre in atto nel mondo, c’è ancora la pena di morte, ci sono violenze d’ogni tipo su donne, vecchi, bambini, c’è la tortura di stato, la pulizia etnica, lo stupro etnico, i genocidi, gli omicidi politici, il controllo mediatico di milioni di persone, il telerincoglionimento di massa, l’oscena famelica ingordigia del mercato, del guadagno, la pornografia del denaro e del potere…
Nonostante ciò, credo nell’umanità, credo che la soluzione dei problemi dell’essere umano, di ogni essere umano, non stia nel sopprimere, sottomettere, sfruttare i nostri simili, credo che la possibilità di un mondo migliore esista e sia nelle nostre mani, credo nello sguardo dell’egiziano che ha calmato i rissanti, nelle sue parole di ringraziamento, nel viso di Olga mentre mi raccontava dei suoi famigliari armeni maltrattati, nelle sue mani tremanti di fronte alla violenza.
Che cosa vuoi che sia un naso rotto?
Telefono a Olga: libero.
E’ ancora un po’ scossa, ma sta bene.
“Dobranic”, “Dobranic”. *



*Buonanotte in ucraino.




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domenica 6 settembre 2009

fuoco flauto n.5 - Il villaggio dei mulini
















fuoco flauto n. 5


Il villaggio dei mulini

-Buongiorno.
-A lei, buongiorno a lei.
-Scusi, come si chiama questo villaggio?
-Eh, proprio un nome non ce l’ha, per noi è solo il nostro villaggio. C’è qualcuno che lo chiama il villaggio dei mulini.
-E gli abitanti dove vivono, tutti qui?
-No, vivono anche in altri posti.
-Non avete la corrente elettrica qui?
-Non ne abbiamo nessun bisogno noi. La gente si abitua troppo alle comodità, pensa che le cose comode sono le cose migliori e così scartano le cose buone davvero.
-Cosa usate per farvi luce?
-Abbiamo candele e l’olio di semi di lino.
-Non vi disturba il buio di notte?
-Ma deve esserci il buio di notte! Se la notte fosse lucente come il sole, bell’affare. Bell’affare una notte tanto chiara da nascondere le stelle; la vorresti?
-Qui intorno vedo tante risaie, ma sembra che non usiate ne macchine da semina, ne da raccolta.
-Non servono mica quelle cose, noi per quello abbiamo i cavalli, abbiamo i buoi.
-E cosa usate come combustibile per scaldarvi?
-Più che altro usiamo la legna; a noi non sembra giusto tagliare gli alberi vivi e poi ne cadono abbastanza da sé, perciò spacchiamo quelli e con quelli facciamo il fuoco. Se poi con quegli alberi facciamo il carbone, ne bastano pochi di un boschetto per avere tanto calore quanto ne da una foresta. Oh, sì! Anche lo sterco di vacca è buono per fare il fuoco. Quello che cerchiamo di fare è vivere in modo naturale, come del resto aveva sempre vissuto prima la gente. Oggi la gente si sta scordando il fatto che , che anche loro fanno parte della natura come tutto il resto. Gli esseri umani devono la loro vita alla natura, però la trattano senza nessuna considerazione. Sono convinti di poter creare qualcosa di meglio, loro. Specialmente i signori scienziati, magari hanno delle intelligenze superiori, ma il male è che ignorano completamente quello che c’è nel profondo del cuore della natura e inventano solo, solo cose che alla fine rendono la gente infelice, e sono orgogliosi delle loro invenzioni. E quello che è peggio è che la maggior parte della gente da grande valore a quelle invenzioni e le considerano come se fossero dei miracoli e adorano quelli che le hanno fatte.
E non si rendono conto che quelle cose guastano la natura e di conseguenza, alla fine, anche loro saranno distrutti. Non occorrono gli scienziati per dirci che le cose più necessarie alla nostra vita sono l’aria e l’acqua pulite, che producono per noi gli alberi e il verde. Però la gente continua ad avvelenare tutto allegramente. L’aria e l’acqua inquinate stanno uccidendo ogni cosa che rende la nostra vita degna di essere vissuta.
-Oggi è una giornata di festa?
 -He? Noo, quello è un funerale. Senta, questo potrà anche stupirla, ma qui un funerale è un’occasione di congratulazioni. Uno vive onestamente, lavora sodo, e quando muore ci si congratula per la sua buona vita.
In questo villaggio noi non ci possiamo premettere di avere ne un sacerdote, ne un tempio; i paesani si riuniscono e tutti insieme trasportano il morto fino su al cimitero, in vetta alla collina. Certo che quando muore un bambino o un giovane è un’altra cosa, allora è ben difficile fare congratulazioni.
Ma per fortuna la maggior parte degli abitanti del nostro villaggio, per la vita naturale che fa, se ne va quando è il momento giusto di andarsene. Questo funerale è per una donna, è vissuta novantanove anni e tranquilla ci ha lasciato. Mi scuserà ma devo salutarla perché devo andare anch’io al funerale.
Vede, quella, quella donna è stata il primo amore della mia vita; mi spezzo il cuore e mi lasciò, e sa perché mi lasciò? Per diventare la moglie di un altro. (ride e canticchia)
-Mi perdoni, lei quanti anni ha?
-Io? Ho cento anni, più tre! Eh, dovrei già prepararmi a lasciare le spoglie mortali. Senta, si dice spesso che la vita è difficile, dura, ecc. Questa è solamente una posa dell’essere umano; la verità è una sola: la vita è bella! Più che bella, entusiasmante!
(Agitando dei sonagli, il vecchio si unisce al corteo che si avvicina).

Akira Kurosawa, Sogni




Akira Kurosawa (黒澤 明 anche 黒沢 明, ?) (Ōta, 23 marzo 1910 – Setagaya, 6 settembre 1998) è stato un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico giapponese. È probabilmente il più importante ed imitato cineasta giapponese… http://it.wikipedia.org/wiki/Akira_Kurosawa

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Note
Il film Sogni, capolavoro del maestro Akira Kurosawa, è diviso in otto episodi; otto sogni del regista in ordine cronologico, dalla sua infanzia fino alla vecchiaia.
Questo dialogo, tratto dall’ottavo episodio Il villaggio dei mulini, si svolge tra l’alter ego del regista e il vecchio abitante di un villaggio sconosciuto e sfortunatamente immaginario.
Contrariamente a quanto questo possa far pensare, non si tratta di una pellicola autobiografica, non solo almeno; attraverso questo espediente l’autore ci racconta la storia del suo paese, il Giappone, dai primi anni del novecento fino ai giorni nostri, passando attraverso l’atroce esperienza della seconda guerra mondiale e dell’incubo atomico (Kurosawa 1910-1998).
Tra gli ultimi tre sogni, aventi tutti come tematica l’ambiente e il rapporto dell’umanità con esso, Il villaggio dei mulini è, a mio parere, il più bello, per un motivo preciso: è un doppio sogno.
Sogno generato dal sonno e sogno generato dalla veglia, come desiderio e speranza per l’umanità.
Vivere in armonia con la natura, ristabilire il contatto e l’alleanza con essa, si può ancora fare.
Insieme a Kurosawa ce lo auguriamo anche noi e vi invitiamo a ri-vedere integralmente questa meraviglia per gli occhi e per la mente che è Sogni.

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Il villaggio dei mulini
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mercoledì 5 agosto 2009

fuoco flauto n.4 - Discorso tipico dello schiavo


















Fuoco flauto n.4


Discorso tipico dello schiavo


Uno degli aspetti più micidiali dell’attuale cultura, è di far credere che sia l’unica cultura, e invece è semplicemente la peggiore.
Gli esempi sono nel cuore di ognuno, per esempio, il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni la settimana, è la cosa più pezzente che si possa immaginare.
Coma si fa a rubare la vita agli esseri umani in cambio del cibo, del letto e della macchinetta?
Mentre fino a ieri credevo che mi avessero fatto un piacere a darmi un lavoro, da oggi penso -“Pensa questi bastardi, che mi stanno rubando l’unica vita che ho, perché non ne avrò un’altra, ho solo questa, e loro mi fanno andare a lavorare cinque, sei giorni alla settimana e mi lasciano un miserabile giorno per fare cosa? Come si fa in un giorno a costruire la vita?”.
Intanto uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero, perché se no, anche se un giorno la porta sarà aperta, lui non vorrà uscire.
Deve sempre pensare con una coscienza perfetta -“Questi stanno rubandomi la vita in cambio di due milioni e mezzo al mese ( di lire N.d.r.), bene che vada, mentre io sono un capolavoro il cui valore è inenarrabile”.
Non capisco perché un quadro di Van Gogh debba valere settantasette miliardi e un essere umano due milioni e mezzo al mese, bene che vada.
Secondo me poi, siccome con le nuove tecnologie i profitti sono aumentati almeno cento volte, l’orario di lavoro doveva diminuire almeno dieci volte; invece no!
L’orario di lavoro è rimasto intatto.
Oggi so, che mi stanno rubando il bene più prezioso che mi è stato dato dalla natura.
Pensa alla cosa più bella che la natura propone, che è quella, mettiamo, di fare l’amore.
 Immagina che tu viva in un sistema politico, economico e sociale in cui le persone siano obbligate, con quello che le sorveglia, a fare l’amore otto ore al giorno; sarebbe una vera tortura!
E quindi perché non deve essere la stessa cosa per il lavoro che non è esattamente più gradevole che fare l’amore?
Per esempio, il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni la settimana, certo, ho il mitra alla nuca e lo faccio, perché faccio il discorso -”meglio leccare il pavimento o morire? Meglio leccare il pavimento!”.
Ma quello che è orrendo in questa cultura, è che leccare il pavimento è diventata addirittura un’aspirazione, capisci?
Ma è mostruoso, che il tipo debba andare a lavorare otto ore al giorno e debba essere pure grato a chi gli fa leccare il pavimento, capisci?
Tutto ciò è oggettivamente mostruoso, ma laddove la coscienza produce coscienza, tutto ciò è effettivamente mostruoso.

Intervistatore
-Si va bene, ma ormai è irreversibile la situazione.

Silvano Agosti
Tu fai giustamente un discorso in difesa di chi ti opprime, perché è tipico dello schiavo.
Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte.
Perché lo schiavo, non è tanto quello che ha la catena al piede, quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.
Ma rispetto a quello che tu mi hai detto adesso, quando Galileo ha enunciato che era la terra a girare intorno al sole, ci sarà sicuramente stato qualcuno come te, che gli avrà detto -“Eh sì, sono ventidue secoli che tutti dicono che è il sole che gira intorno, mò arrivi te a dire questa stronzata! E come farai a spiegarlo a tutti gli esseri umani?”
-“Non è affar mio, signori!”
-“Allora guarda, noi, intanto, ti caliamo in un pozzo e ti facciamo dire che non è vero, così tutto torna nell’ordine delle cose”.
Perché tutto l’occidente vive in un’area di beneficio? Perché sta rubando otto decimi dei beni del resto del mondo.
Non è che noi stiamo in un regime politico capace di darci la televisione, la macchina, no! è un sistema politico che sa rubare otto decimi a tre quarti di mondo e che da un po’ di benessere a un quarto di mondo, che siamo noi.
Quindi, signori miei, o ci si sveglia o si fa finta di dormire o bisogna accorgersi che siete tutti morti

Silvano Agosti, Discorso tipico dello schiavo.




Silvano Agosti (Brescia, 23 marzo 1938) regista italiano, nel 1955, a soli 17 anni va via di casa con 10.000 Lire regalategli dal padre. Diplomatosi all'Istituto Magistrale, parte per Londra per visitare la casa dove è nato Charlie Chaplin e in seguito scoprire il mondo… http://it.wikipedia.org/wiki/Silvano_Agosti

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Note

Il Discorso tipico dello schiavo riassume bene il pensiero di Agosti circa il ruolo del lavoro, dei lavoratori e dei datori di lavoro nella nostra società.
Non sembri questo il pensiero di un eccentrico o una provocazione; alle conclusioni dell’autore bresciano sono arrivati illustri esponenti del mondo dell’economia e studiosi della società.
Agosti ha la capacità innata di mettere in evidenza le tare del nostro modo di vivere in maniera estremamente efficace; i suoi esempi sono caustici quanto illuminanti e ci costringono a riflettere su aspetti della nostra vita che siamo ormai abituati a dare per scontati.
Consiglio la lettura del suo libro Lettere dalla Kirghisia.




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Autoritratto
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