...nel mio mondo il cemento più saldo è quello disarmato.

sabato 20 novembre 2010

Sentiero



















Lo zaino è fatto, legate strette le dure scarpe
e un bastone nuovo ho tagliato
Per rimediare al passato non scelto
ho scelto di porre rimedio al futuro
Parto solo
traccerò un nuovo sentiero
il mio
Perché il dolore non sia inutile
dritto verso l’amore




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domenica 31 ottobre 2010

Paesaggio


















Alberi come ossa piantate nel terreno
e strade sospese sopra mantici di nebbia
e anni buttati come fieno nella pioggia


Vasche ricolme di pensieri stanchi
e d’insetti attoniti coperte
Me ne andrò dal paesaggio dell’anima



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domenica 17 ottobre 2010

Le montagne dentro


Un breve racconto terapeutico, a metà strada tra diario e fantasia, cronaca e flusso di pensieri; auto curativo;  che credo agli altri non dica nulla.


LE MONTAGNE DENTRO
La durata prevista dell’escursione è di quattro ore con un dislivello di 640 metri, ma gli accompagnatori che l’hanno provata di recente, hanno portato la percorrenza a cinque ore e il dislivello a 900 metri circa; comunque poco più che una passeggiata.
Ritrovo alle ore 6,20 e partenza prevista per le 6,30; una delle guide arriva tardi e si parte alle 7,00.
Le previsioni meteorologiche, pessime fino a ieri sera, prima della partenza sono migliorate e forse nemmeno pioverà.
Occupo uno dei posti disponibili proprio sull’auto che guida la colonna.
Il guidatore si affida al navigatore satellitare e sbaglia strada due volte.
Chiedo indicazioni a una fornaia che si dimostra più affidabile del tomtom; arriviamo così piuttosto in ritardo alla località prevista come punto di partenza per la salita.
Parcheggiate le automobili, la gente si cambia, prepara l’attrezzatura, ecc. insomma si comincia a camminare che son quasi le 8,30.
Non faccio uscite superiori alle due ore da almeno dieci anni e non sono certo di riuscire ad arrivare fino in cima.
Quando facevo escursioni m’insegnarono che in montagna non si cammina mai con le mani in tasca, perché persino ai più esperti può capitare di scivolare, ma se si tengono le mani in tasca, si va dritti con la faccia a terra e, giustamente, ci si massacra il viso. Uno degli accompagnatori ha questa brutta abitudine e a un certo punto, infatti, scivola, ma gli va bene e non cade per miracolo; quantomeno avrebbe imparato a non dare cattivo esempio.
La mattina è fresca e soleggiata, tempo ideale per camminare, inoltre il panorama è splendido.
La lentezza con cui il gruppo sale, però, è esasperante, considerato che non sono sicuro delle mie forze, mi adeguo.
Sono comunque alla testa della compagnia e chiacchiero piacevolmente con un signore e una signora, forse i più anziani della fila.
Le guide decidono per un “aperitivo”, lasciamo quindi la via principale e saliamo verso una chiesetta costruita su un cucuzzolo.
L’edificio è semplice, un luogo di meditazione.
Al muro è attaccata una sorta di poesia senza titolo, solo a piè di pagina c’è riportata la dicitura: “Manoscritto del 1692 trovato a Baltimora nell'antica chiesa di San Paolo”.
Eccone un frammento.

Sii te stesso.
Soprattutto non fingere negli affetti.
Non ostentare cinismo verso l’amore,
perché,
pur di fronte a qualsiasi delusione e aridità,
esso resta perenne come il sempreverde.
[…]sii tollerante con te stesso.
Tu sei figlio dell’universo
non meno degli alberi e delle stelle,
ed hai pieno
diritto d’esistere.
[…]E quali che siano i tuoi affanni e aspirazioni,
nella chiassosa confusione dell’esistenza,
mantieniti in pace col tuo spirito.
Nonostante i tuoi inganni,
travagli e sogni infranti,
questo è pur sempre
un mondo meraviglioso.
Sii prudente.
Sforzati d’essere felice.

Pochi minuti di riposo e scendiamo a riprendere il sentiero che avevamo lasciato.
Ricomincia la salita e i muscoli tornano a scaldarsi.
Senza accorgermene guadagno terreno e distanzio tutti.
Ho preso il mio ritmo naturale, lo stesso di quando avevo vent’anni.
Il respiro e le gambe vanno insieme; tutto intorno mi è familiare nonostante qui non sia mai stato.
Non sento fatica, semplicemente vado, come se camminassi dentro me stesso.
 Anche le montagne sono dentro di me, tutto ha un senso, tutto è perfetto e il tempo non esiste, così la distanza.
Potrei camminare in eterno, senza fermarmi, mangiare, bere, dormire, nulla, solo camminare, camminare per sempre e dimenticare tutto.
Un fischio mi richiama, è quello della guida che mi chiede di stare in gruppo.
Io ricordavo che finché si resta in vista va tutto bene, comunque rallento e li aspetto.
La cosa si ripete ancora un paio di volte senza che me ne renda conto; ormai però sono in cima.

Respiro.

Belle le rocce che squarciano il prato e s’alzano al cielo in preghiera, bella l’aria che entra nei polmoni attraverso gli occhi, le orecchie, le mani, i capelli, belli i versi dei rapaci che bucano il cielo sul mondo, belle le valli macchiate di luce, lontane, dove non vorrei mai tornare, bello il pensiero di lei che in questo stesso istante, a centinaia di chilometri, su un’altra vetta, è qui, vicina a me.
Le sue dita sulla roccia, il piede che spinge, l’ebbrezza del vuoto.
Ma non è mia la mano che tiene la corda, non sarà mai più la mia.

Il gruppo mi raggiunge ansimante e l’amaro s’infrange sui prati confondendosi con quello delle erbe alpine.
Ancora qualche centinaio di metri e arriviamo al rifugio per il pranzo.
Mangio al sacco, nel rifugio bevo solo il caffè e acquisto una bottiglia d’acqua a prezzi vergognosi con l’aggiunta delle maleducatissime maniere del gestore che metto subito al suo posto; il tizio capisce di avermi pescato nel momento sbagliato e si ritira a testa bassa.
Scambio qualche parola con un tizio del gruppo a proposito delle marmotte che sbucano tutte intorno; son già belle grasse, pronte per il letargo e il lungo inverno.
La discesa prevedeva l’attraversamento di un ghiaione per proseguire poi lungo il corso di un torrente fino a valle ma tre giorni di pioggia hanno devastato il cammino e la gente del posto sconsiglia fortemente la discesa da quella via.
Il ghiaione viene costeggiato anziché attraversato e, con un piccolo anello durante il quale una delle guide sbaglia il percorso talmente ben segnato che si sarebbe visto da un aereo, ridiscendiamo dalla stessa strada dell’andata.
Il ritorno è decisamente poco interessante, per di più il cielo si è rannuvolato  coprendo la belle creste tutte intorno.
Una signora tenta inutilmente di coinvolgermi in una discussione politica, poi desiste e ci riprova con un tizio dietro di me.
Per un tratto mi accompagna un ragazzo di poche parole ma gentile e schietto; si vede che ama la montagna, a differenza di altri che ci vanno come potrebbero andare a un corso di latino-americano.
La fine del sentiero arriva in fretta.
Ci ritroviamo ad aver fatto un percorso di sei ore e venti con un dislivello di quasi 1250 metri.
Alcuni, stanchi, salutano e tornano alle proprie case, altri si accordano per una pizza in compagnia.
Scarponi slacciati, resto solo seduto sul cemento del parcheggio che, dopo le aeree cime, pare il pesantissimo coperchio di un mondo al contrario, pesante come il mio cuore al pensiero dell’amore perduto.


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mercoledì 29 settembre 2010

La musica orizzontale - (Appunti progetto)






Il progetto mira a produrre una musica che possa definirsi della società e dalla società prodotta; tutti contribuiscono alla sua creazione, consapevolmente o meno, ma nessuno ne ha il controllo definitivo.
Alcuni sono coscienti dei risultati che le proprie azioni producono, altri no, alcuni agiscono di conseguenza, altri altri no.
La volontà dell’individuo è importante ma non può imporsi sulla maggioranza; nessuno può determinare il prodotto ultimo che sarà dato dalla somma dei comportamenti di ognuno.
In questo senso sarà una rappresentazione sonora di anarcodemocrazia, un fonogramma del “peso” dei singoli e del prodotto della “massa”.
L’intera superficie della piazza viene coperta da pannelli calpestabili ognuno dei quali è una bilancia.
Tutti i pannelli/bilance sono collegati ad un calcolatore che ne coordina i rilevamenti e di conseguenza produce i suoni relativi ai parametri selezionati.
Il numero di persone che si trovano su un pannello produrrà un particolare evento sonoro che varierà in conseguenza dell’aumentare o diminuire del numero di persone (peso) presenti sul pannello stesso.
Essendo la piazza un luogo sia di stazionamento sia di transito, i suoni saranno in continuo movimento/mutamento producendo così una vera e propria composizione; la musica orizzontale.
I suoni prodotti dalle singole pese sono naturalmente da determinare così come l’apparecchiatura di produzione del suono e altri parametri.
I suoni potrebbero variare solo a seconda del peso oppure ogni pesa potrebbe avere caratteristiche differenti dalle altre.


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martedì 31 agosto 2010

Soli di Notte

















Un varco d’azzurro cemento

tra neri dorsi di monti

e su

un Leopardi che sgretola stelle

notturno di certezze ingombro.


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mercoledì 4 agosto 2010

Progetto Fontane



















Origine

Il progetto nasce nel paese di Cerveno (Bs), luogo nel quale è difficile trovare un punto da cui non si possa udire il canto di una fontana e nel quale ho trascorso gran parte dell’infanzia.
In posti così, il suono delle fontane accompagna e culla gli abitanti giorno e notte, senza interruzione per tutta la vita e, io credo, diventa parte integrante delle persone e ne influenza il vivere.
Da queste riflessioni l’idea di preservare il suono delle fontane.


Attività

Il lavoro consiste nel visitare la Valle Camonica, area nella quale è circoscritto il progetto, alla ricerca di fontane interessanti dal punto di vista estetico e sonoro, escludendo quelle più recenti o d’arredo urbano, e registrandone il “canto”. Il tutto dovrebbe concretizzarsi in un cd audio.


Riflessioni

Le fontane interessate sono quelle civili, quelle che, come i fari ad esempio, sono in via d’estinzione; obsolete per lo scopo che le ha generate. Ormai non si costruiscono quasi più fontane d’uso, molte vengono soppresse, altre lasciate andare in rovina e, se è vero che in futuro si faranno addirittura guerre per l’acqua, probabilmente le fontane verranno chiuse o abbattute; certo non saranno più con l’acqua corrente di libero e costante accesso.
La fontana pubblica contiene già nel nome la sua natura di condivisione, di bene comune, che è il contrario della privatizzazione, della proprietà, del lucro. La vita stessa, le strategie di sopravvivenza e le esigenze pratiche comuni, ci spingono a coalizzarci come umanità, a condividere, come se questo fosse il flusso naturale delle cose ed ogni forma di esclusività e di chiusura, andassero controcorrente.


Metodo

Sì è optato per la registrazione da molto vicino (Macro), poiché esalta le peculiarità di ogni soggetto. La registrazione a distanza coincide al ricordo sonoro che si ha della fontana, ma la spersonalizza in quanto allontanandosi dalla “fonte sonora”, ci si avvicina al fruscio (rumore bianco), con l'ulteriore conseguenza che tutte le registrazioni si assomigliano.
Per quanto si è detto, alle registrazioni macro se ne aggiungeranno altre a maggiore distanza, per catturare anche l’ambiente e preservare in maniera più realistica il suono della fontana com’è impresso nella memoria collettiva.
Il canto della fontana risente di molti fattori oltre a quelli inerenti al modo di registrarlo; basta variare leggermente il flusso o il livello dell’acqua nella vasca e di conseguenza anche il suono muta. Anche le condizioni climatiche influiscono sui risultati ma di tutti questi fattori poco importa, poiché lo stesso discorso vale, ad esempio, anche per la registrazione di un violino. Ciò che importa è preservare il “canto” della fontana nella sua essenza.


Linee guida

• la fascinazione per le sonorità delle fontane;

• il lavoro sul preservare la memoria auditiva;

• la fontana come simbolo di condivisione e di tutela dell'acqua come bene comune.


Crediti

Progetto di: Stefano Berardi.

Gruppo Fontane costituito da: Stefano Berardi, Ezio Martinazzi, Piero Villa.


Info

berardistefano@gmail.com

www.uomoinmutande/blogspot.com


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