...nel mio mondo il cemento più saldo è quello disarmato.

lunedì 18 gennaio 2010

Franco è morto
























Franco è morto.
Mica male come inizio, bello forte… sì, così va bene.
Franco è morto, e ogni volta che pronuncio il suo nome, anche solo con le labbra della mente, tutti i ricordi di lui si riversano nel presente.
Tutti insieme, in una velocissima coda, tanto vicini che si urtano l’un l’altro, come i carrelli del supermercato spinti dai pakistani.
Come fosse il download di un backup… che parole! Anche solo il suono che hanno, è una valida ragione per non usarle… barbarismi di barbari del cazzo… i francesi mica dicono computer, dicono ordinateur, perché noi non diciamo calcolatore? Certo i francesi…
Franco è morto, ed è come se ogni volta tentassi disperatamente, con i ricordi, di tornare al punto di ripristino.
Impossibile ripristinare.
Franco è morto, ma io non ero lì.
Ricordo la telefonata di mio padre: “Go na brota notissia de dat, le mort Franco - Quale franco? – El to amico Franco”.
Franco è morto. “Quale Franco?” La puerilità di una domanda di uno che non è mai cresciuto e che non crescerà mai, di uno che cerca di vincere la morte facendo finta di non sapere quale Franco, di uno che cerca di vincere la morte con la domanda più stupida del mondo, con qualche stupido suono umano, col nulla.
Impossibile ripristinare.
Sono salito in macchina e ho fatto lo stesso percorso, dalla città alla valle, che io e Franco abbiamo fatto centinaia di volte, moltissime insieme, in macchina, in vespa, in treno.
All’ingresso dell’obitorio, poco dietro di me, vedo Alessandro che è appena arrivato e aspetto che mi raggiunga. Mi abbraccia e mi dice fra le lacrime: “Ma che cazzo mi ha fatto su?” Come se ci avesse volontariamente giocato un brutto tiro, come se non si rendesse conto, Franco, della gravità di quello che ci ha fatto… a noi.. perché la morte colpisce i vivi, mica i morti.
E’ il dolore che ci fa dire certe cose? L’egoismo? O l’affetto?
Non ricordo bene il suo volto nella bara, ricordo solo sulle guance piccole ragnatele di vene violacee, forse per incuria degli addetti alle onoranze funebri, che non lo facevano sembrare lui… e, infatti, non era lui, non era già più lui.
Ricordo il pianto che non si fermava o che non volevo fermare, come se, fermando il pianto fosse venuto meno il mio risentimento verso l’ineluttabilità della fine, la mia assurda resistenza, che è la mia incapacità alla comprensione della morte.
Ricordo proprio questo come dolore più grande, l’incapacità a capire; la morte è la negazione stessa della vita in quanto senso delle cose, è il non senso, il non esistere, l’essenza della negazione, il male sordo, cieco, muto, decerebrato, inconsapevole, incosciente, antimateria, antitutto, come un mostruoso buco nero la cui volontarietà nel far del male sarebbe già una consolazione, invece no! Moralmente neutro, per questo di indicibile violenza.
Franco è morto, e Roberta adesso come fa? Come fanno sua madre, suo padre, suo fratello e i suoi nipoti? E come facciamo adesso tutti noi, suoi amici?
Ricordo il pianto di sua nipote, bellissima nel dolore.
Lo zio Franco è morto, il meraviglioso zio Franco, il migliore zio possibile, e per chi non lo ha conosciuto è difficile capire che per la nipote, in quel momento, è morto Dio, almeno il Dio giusto ed equo che ci hanno raccontato.
Lei lo adorava, Franco piaceva subito a tutti; la sua vociona, la risata, il sorriso, il suo umorismo, il suo senso dell’amicizia, la sua sincerità, il suo coraggio…
Non posso credere che si sia perso tutto, i suoi ricordi, quelli della naja da alpino, quelli di scuola, l’amore per la montagna, per le cose semplici del paese… Certo alcuni non sono persi, sono dentro di me, dentro tutti quelli che l’hanno conosciuto, ma sono i nostri ricordi, non i suoi, i suoi sono persi, per sempre.
Non posso credere di averlo perso. Sì, è la parola giusta, come se avessi perso per strada un pezzo di me, un pezzo importante, un occhio, un braccio, una gamba, però dentro, che non si vede, che sembri sempre intero, come prima, visto da fuori, dagli altri. Ma non sono più come prima.
Mica si può più, salire in montagna in piena notte con la sua Prinz verde, ascoltando i Talk Talk, mica si può più, passare la notte sul prato con la bottiglia di caffè alla grappa guardando sgomenti miliardi di stelle davanti a noi, mica si può più, aspettare l’alba annunciata da un uncinetto di rugiada sull’erba. Mica si può più, e non si può più nemmeno salire insieme alla croce, sulla vetta, come avevamo progettato molte volte, non si può più.
Impossibile ripristinare.
La settimana prima avevo incrociato Franco in montagna, dopo un bel po’ che non ci vedevamo.
Era sceso dall’Ape che usava in paese e mi aveva salutato in modo particolare, stringendomi la mano con entrambe le sue e dicendomi: “Sai che mi fa piacere un casino vederti!”.
Una dimostrazione di affetto così palese era inusuale tra noi “uomini”, tanto che avrei potuto rispondergli “Mavacagare” e giù a ridere come asini tutti e due.
Invece ne rimasi commosso e risposi: “Anche a me, tanto”.
Sì, vabbè, si dicono sempre queste cose, quando uno muore ecco che saltano fuori tutti i presagi e le cazzate varie, per carità. A me interessa solo quel che è successo.
Mi basterebbe tornare anche solo a quel momento, e dirgli di più, dirgli: “Sì cazzo, anche a me mi fa piacere Franco” E dirgli che gli voglio bene, dirgli le cose che gli “uomini” non si dicono, e abbracciarlo e non lasciarlo andare via più, non lasciarlo andare incontro alla morte dalla bocca storpia e nera, bavosa e demente, andare alle baite, sul monte e non tornare mai più giù.
…che non è mai cresciuto e che non crescerà mai.
Franco è morto, senza nessun preavviso, se non un bruciore di stomaco, nemmeno troppo forte.
Come se ci dovesse essere il preavviso, come se morire così, a metà strada, fosse scorretto.
Franco è morto, tra le braccia di Roberta, le braccia della stessa mia disperata impotenza, nella sua casa in valle; è sepolto nel cimitero del paese e guarda per sempre le montagne di fronte, le bellissime montagne.
Ogni tanto vado a trovarlo, e le guardiamo insieme le montagne, bellissime montagne, e faccio quelle cose che fanno in tanti, gli parlo, porto una fotografia di noi con Gabriella e la Prinz parcheggiata accanto alla strada del monte, gli faccio ascoltare ancora i Talk Talk… Renée, Renée, Renée, Renée, baby how the weeks fade, baby how the streets change…
“Lo sai che gli ultimi due dischi che hanno fatto sono diversissimi, ma devi sentire che roba, fantastici!”.
Ecco cosa facevano quelle persone che vedevo da piccolo, quando al cimitero mi ci portavano per forza!
Stupidi uomini.
Franco è morto, due anni fa.
Non adesso, mentre piango davanti al calcolatore o come cazzo si chiama questa macchina di merda, inutile, come quasi tutto quello di cui ci circondiamo, cose di cui siamo schiavi, oggetti di esorcismo alla morte, che saranno certo utilissimi quando ci presenteremo a lei, stupide e stupite figurine col nostro carico di allegati e cd-rom.
Non un’ora fa, mentre camminavo con gli occhi lucidi per le strade qui intorno e la gente mi guardava come si guarda uno da compatire, uno che “chissà cosa cazzo cià quello lì?”.
E’ morto prima, tante volte, ogni volta quando, non ricordo con quale percorso, arrivo al suo nome e ricomincia tutto il riversamento dati, come un rito, per non dimenticare o per sopportare l’insopportabile.



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lunedì 4 gennaio 2010

fuoco flauto n.9 - Il senso della vita



















fuoco flauto n.9


Il senso della vita


Tra il colonnato della moschea, vicino al Mihrab, cammina Averroè, aprendosi il passo fra la moltitudine dei suoi discepoli che lo tormentano con domande.

Voci: Maestro Ibn Rushd! Maestro Ibn Rushd! ...

Averroè: … la medicina, l’astronomia e tutte le altre scienze … Mi chiedete sempre che vi spieghi ciò che ha detto Aristotele riguardo al sapere delle cose terrene, però non mi chiedete mai circa le questioni ultime: da dove veniamo, dove andiamo, la creazione e soprattutto la finalità ed il senso della vita e della storia.

Discepolo: Maestro, oggi …

Averroè: Oggi, come sempre, la nostra filosofia non servirebbe a niente se non si sapessero collegare queste tre cose che io ho cercato di riunire nel mio libro “L’armonia tra scienza e religione”. Una scienza fondata sull’esperienza e sulla logica, necessaria per scoprire le cause dei fenomeni … Una sapienza in grado di riflettere sulla finalità di tutta la ricerca scientifica, al fine di contribuire a rendere la nostra vita più bella … una rivelazione quella del nostro Corano, dato che solo attraverso la rivelazione ci sarà permesso conoscere i fini ultimi della nostra vita e della storia.

Una donna: E per noi, donne … ?

Averroè: Le donne hanno gli stessi fini ultimi degli uomini … Il Corano fa distinzione solo fra quegli uomini e quelle donne che cercano la legge di Dio e quelli che non si preoccupano di Essa: Non c’è nessun’altra gerarchia fra gli esseri umani … Nonostante voi uomini consideriate le donne come piante, che non si cercano che per i loro frutti, per la procreazione; per il resto le convertite in serve. Questi sono i vostri costumi che non hanno niente a che vedere con l’Islam.

Discepolo: E i nostri Re? …

Averroè: Il profeta ci ha insegnato che non esiste guerra più santa che dire la verità ad un potente ingiusto. Il tiranno è il più schiavo degli uomini, è dato alle proprie passioni dai suoi stessi cortigiani, ed ai propri terrori per paura del suo stesso popolo.

Discepolo: Quale sarà allora la società migliore?

Averroè: Quella in cui si daranno ad ogni donna, ogni bambino e ogni uomo i mezzi per sviluppare tutte le possibilità che Dio ha loro conferito.

Discepolo: E quale potere potrà stabilirla?

Averroé: Non si tratta certo di una teocrazia come quella dei cristiani d’Europa, di un potere di religiosi. Dio – dice il Corano – ha soffiato nell’uomo il Suo spirito. Facciamolo vivere realmente in ogni uomo!

Discepolo: Quali saranno le condizioni dettate da una tale società?

Averroé: Sarà una società libera, e per tanto gradita a Dio se nessuno agirà con timore verso il proprio principe, né per paura dell’inferno, e nemmeno per il desiderio di una ricompensa, di una cortigiana o per il paradiso. Quando nessuno dirà mai “questo è mio”.

Discepolo: Maestro dicci altre cose …

Averroé: Ora basta con le domande. In primo luogo, io non sono un maestro. Dio è l’unico maestro, ed il Suo insegnamento più frequente nel Corano è che bisogna fare lo sforzo di riflettere da soli.

Dalla guida alla “Torre de la Calahorra” Fondacion Roger Garaudy – Cordoba




Averroè, il cui nome arabo era Abū l-Walīd Muhammad ibn Ahmad Muhammad ibn Rushd, diventato nel Medioevo Aven Roshd e infine Averroes (Cordova, 1126 -  Marrakesh, 10 dicembre 1198), è stato un filosofo … http://it.wikipedia.org/wiki/Averroé

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.




Note

Nella storia dell’umanità vi sono stati momenti e persone che hanno acceso fuochi flauti, la cui luce e musica ancora ci guida. Il momento, intorno al 1150, è quello magico della condivisione pacifica e fruttuosa di una parte dell’attuale Spagna, l’Andalusia (Al-Andalus), da parte di Ebrei, Musulmani e Cristiani, e la persona è Ibn Rushd, faro luminoso conosciuto nell’Europa latina come Averroé. Filosofo, teologo, giurista, traduttore, medico, astronomo, fisico, matematico, un personaggio straordinario che ha fatto dell’integrazione tra diverse culture, religioni e discipline, uno dei punti di forza del suo pensiero. Mentre in Al-Andalus fiorivano arte, commercio, scienza e religione, l’Europa cristiana era immersa nel buio della ragione, che sarebbe poi sfociato in uno dei periodi più vergognosi della storia umana: la santa inquisizione. Gli estremismi, la storia lo insegna puntualmente, non hanno portato che sciagure e disgrazie, al contrario, la tolleranza e l’apertura hanno sempre migliorato l’umanità spingendola verso Dio o verso le stelle. Eppure il rifiuto del diverso e l’arroccamento sui propri privilegi, sembrano essere ancora i migliori strumenti di consenso; lo sfruttamento della paura come sistema di potere.
Oggi nel nostro paese abbondano pecore e pastori, quello che manca sono i cittadini pastori semplicemente di se stessi; l’esortazione finale di Averroé, è magnifica, senza tempo.
La scorsa primavera a Cordoba, ho passeggiato anch’io negli stessi posti dove, seguito dai suoi discepoli, camminava Averroè, e mi sono sentito anch’io suo allievo. Per un istante, tra un colonnato arabo e una siepe di mirto, ho respirato la sua stessa aria.


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venerdì 11 dicembre 2009

Miracolo italiano
























Ecco una strada.
Per essere una strada di città non è neanche male.
Non presenta costruzioni particolarmente belle ma nemmeno troppo brutte, è dotata di larghi marciapiedi, di pista ciclabile, di panchine e su entrambi i lati poi, è ingentilita da lunghissime file di Liriodendron, gli alberi dei tulipani.
E dato che siamo in autunno, le foglie giallissime ed eleganti di queste piante rendono la strada particolarmente suggestiva, tanto che la gente a piedi ne misura volentieri l’intera lunghezza, che non è poca; due drittissimi chilometri di zafferano.
Da un punto di vista tecnico parliamo di un tratto di strada urbana a doppio senso, con una corsia per ogni direzione di marcia, una delle quali, trenta metri prima di terminare in un incrocio semaforico, si divide in due.
Di queste ultime, quella di sinistra consente la svolta appunto solo a sinistra, mentre l’altra permette di proseguire diritto oppure a destra.
Solitamente, dal lunedì al venerdì intorno alle sette del mattino, gli ultimi trecento metri in prossimità dell’incrocio di questa nostra strada, sono occupati dalle automobili in fila al semaforo.
La coda si forma leggermente spostata sulla destra, poiché la maggior parte delle auto proseguiranno proprio in questa direzione, mentre solo un numero esiguo svolterà a sinistra.
Questo rende piuttosto agevole guadagnare il semaforo spostandosi a sinistra, dando virtualmente vita a quella corsia molto prima che ne compaiano i segni sul manto stradale.
Fin qui è tutto chiaro?
Riassunto dell’uomo della strada: dritto c’è una coda che non ti passa più, di là non c’è nessuno ma puoi girare solo a sinistra.
La carenza di cultura ha tra i suoi pregi lo sviluppo della sintesi.
Tornando alla nostra strada, capita che alcuni automobilisti che debbono proseguire dritti (uno su dodici circa, media calcolata non mi ricordo che mattino d’ottobre 2009), decidano che la cosa migliore da fare è spostarsi a sinistra, superare l’ordinata sequenza di cittadini in diligente attesa sulla corsia di destra, per poi tagliargli la strada nel bel mezzo dell’incrocio riconquistando la direzione principale.
Non ci sarebbe altro da aggiungere se questa mattina, diversa e uguale a tante altre, seduto su una panchina tra due di questi begli alberi, non mi fossi accorto che il colore delle foglie non è affatto giallo.
Quelle dell’alberatura a sinistra del viale si presentano verdissime, mentre quelle a destra sono d’un rosso vivo.
Resto a contemplare questo mistero mentre le automobili imperterrite, continuano a incolonnarsi lungo la bianca fascia d’asfalto.



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giovedì 10 dicembre 2009

fuoco flauto n.8 - Andrej Rublëv













fuoco flauto n.8


Andrej Rublëv

Teofane il greco - E va bene, dimmi una cosa, ma sii sincero, il popolo è ignorante o non è ignorante? Eh? Non mi rispondi.
Andrej Rublëv - E’ ignorante, ma di chi è la colpa di questo?
T - La colpa è della loro stupidità e basta! Tu hai mai peccato a causa della tua ignoranza Andrej?
A - Io come gli altri.
T - E io lo stesso. Signore perdonami nella tua immensa bontà, anche se non lo merito. Il giorno del giudizio si avvicina e noi bruceremo tutti come tante candele e io lo vedo già che cosa succederà quel giorno, ognuno darà la colpa di quello che ha fatto agli altri e giurerà di essere innocente.
A - Come fai a dipingere se hai queste idee, non lo capisco e ad accettare le lodi che ti fanno. Io mi farei eremita e andrei a vivere in una caverna per sempre.
T - Io servo Dio, non gli uomini. Oggi gli uomini ci lodano, domani ci copriranno di insulti e il giorno dopo si dimenticheranno di noi completamente. Si scorderanno di te, si scorderanno di me, si scorderanno di tutti. Tutto è vanità, tutto finisce. L’umanità non sa far altro che ripetere, attraverso gli anni, attraverso i secoli, tutte le sue azioni più basse, quelle che le fanno meno onore. E’ come un circolo vizioso. Se Gesù tornasse sulla terra, io credo che sarebbe crocifisso di nuovo, tale e quale come allora.
A - Se sai ricordare solo quello che è successo di male, la felicità ti sarà sempre sconosciuta.
T - Ah si?
A - Certo, anche le cose cattive vanno ricordate, però… non so, non mi so esprimere bene…
T - Allora è meglio che tu stia zitto e ascolti. Perché mi guardi così?
A - Dimmi una cosa, è mai possibile che soltanto uno possa fare il bene?
T - Ma sicuro, sicuro, ricorda quello che c’è scritto nel nuovo testamento, Gesù andava ad insegnare il bene alle genti nel tempio, e loro poi, per quale scopo si unirono? Solo per crocifiggerlo. Crocifiggilo, urlavano, crocifiggilo! E fu tradito da Giuda e fu rinnegato perfino da Pietro, ed erano i migliori, erano i suoi discepoli.
A - Sì, ma poi si pentirono.
T - Si pentirono dopo, si pentirono quando era troppo tardi, quando era già morto.
A - La gente fa il male purtroppo, questo si sa. Cristo fu venduto da Giuda, ma ci fu ben qualcuno disposto a comprarlo. La gente? Gli scribi e i farisei lo comprarono! Ma non riuscirono a trovare una sola persona disposta a testimoniare, a testimoniare contro l’innocente. Ma i farisei erano maestri nell’arte dell’inganno e si erano impadroniti del potere. Si erano impadroniti del potere e lo mantenevano approfittando dell’ignoranza del popolo. I popoli hanno bisogno che qualcuno ricordi loro che sono popoli, come i russi che hanno un solo sangue, una sola terra. Il male è dappertutto, ci sarà sempre qualcuno disposto a venderti per un pugno d’argento e la sventura si accanisce sempre contro la povera gente. I tartari, le carestie, la peste, e la gente lavora e lavora e lavora e poi porta la sua croce con rassegnazione, senza ribellarsi, senza cercare di difendersi. Si accontenta di pregare il signore perché gliene dia la forza. E’ mai possibile che il signore non predoni loro se sono ignoranti? Certo che li perdonerà. Uno si sente stanco e scoraggiato e capisce che sta per crollare e inaspettatamente, il suo sguardo si incrocia con un altro sguardo umano ed è come se avesse fatto la comunione e si sente rinfrancato, come se gli avessero tolto un peso di dosso. Tu poco fa hai parlato di Gesù, forse lui è morto ed è stato crocifisso proprio per riconciliare dio e gli uomini per sempre. Gesù figlio di Dio era onnipotente e se è morto sulla croce, significa che così doveva essere, significa che questo era il volere di Dio. E quindi non avrebbe mai dovuto generare l’odio in coloro che lo amavano e che gli erano vicini e furono presenti alla sua fine.  Essi lo amavano come uomo e lasciandoli soli al loro destino egli fece quella che era la volontà del padre, ma forse questo fu ingiusto e crudele.
T - Ti rendi conto di quello che hai detto? Potrebbero mandarti in esilio per sempre per le idee che hai manifestato.
A - Questo può darsi, ma anche tu dici sempre quello che pensi.
T - Però io sono un laico, e se voglio dire tutto quello che penso, sono libero di farlo.
Andrej Tarkovskij, Andrej Rublëv, 1966



Andrej Arsenevič Tarkovskij è nato il 4 aprile del 1932 a Zavrazie, nella provincia di Ivanovo, un piccolo villaggio sulle rive del Volga, figlio di Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij e di Marija Ivanovna Višnjakova Tarkovskaja… http://it.wikipedia.org/wiki/Andrej_Arsen%27evi%C4%8D_Tarkovskij

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.




Note

Dall’ “Andrej Rublëv” di Tarkovskij, un dialogo che vede a confronto la visione pessimistica dell’umanità di Teofane il Greco e quella tormentata e dubbiosa ma piena di speranza di Andrej Rublëv. In pochi secondi Tarkovskij, ci parla del senso della storia e della memoria, del rapporto tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e i suoi simili e tra il potere e il popolo, ci parla dell’ignoranza come strumento del potere, della durezza del vivere, dello scopo dell’arte, del male e del bene, della difficoltà del credere in Dio e ci mette di fronte alla natura imperfetta dell’uomo. Un momento intensissimo del film, dove il regista esprime il proprio pensiero in tutta la sua forza drammatica ed espressiva, un pensiero universale, attualissimo e profondamente russo al tempo stesso, mentre sullo schermo, in un potente bianco e nero, si svolge una via crucis russa di rara bellezza. L’invito a vedere o rivedere questo capolavoro del cinema è d’obbligo.

sabato 5 dicembre 2009

Un cartone piccolino



La passione per il cinema mi ha portato nei primi anni ’90 a frequentare alcuni corsi di realizzazione video e video editing; durante uno di questi, noiosissimo, ho realizzato questo piccolo cartone.

Avendo a disposizione solo paint e un programma di videoediting elementare, mi sono divertito a mettere insieme questo cartone naif mentre l’insegnante blaterava di non ricordo che meravigliosa peculiarità del tubo catodico ormai morto.

E' l'equivalente dello scarabocchio sul quaderno o sul libro durante le lezioni scolastiche.

A volte anche gli scarabocchi sono interessanti.




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mercoledì 4 novembre 2009

fuoco flauto n. 7 - La neolingua
















Fuoco flauto n.7


La neolingua

Fine della Neolingua non era soltanto quello di offrire un mezzo di espressione per la concezione del mondo e per le abitudini mentali proprie ai seguaci del Socing, ma soprattutto quello di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Era sottinteso come, una volta che la Neolingua fosse stata definitivamente adottata, e l'Archelingua, per contro, dimenticata, un pensiero eretico (e cioè un pensiero in contrasto con i principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impensabile, per quanto almeno il pensiero dipende dalle parole con cui è suscettibile di essere espresso. Il suo lessico era costituito in modo tale da fornire espressione esatta e spesso assai sottile a ogni significato che un membro del Partito potesse desiderare propriamente di intendere. Ma escludeva, nel contempo, tutti gli altri possibili significati, così come la possibilità di arrivarvi con metodi indiretti. Ciò era stato ottenuto in parte con l'invenzione di nuove parole, ma sopratutto mediante la soppressione di parole indesiderabili e l'eliminazione di quei significati eterodossi che potevano essere restati e, per quanto era possibile, dei significati in qualunque modo secondari.  Daremo un unico esempio. La parola libero esisteva ancora in Neolingua, ma poteva essere usata solo in frasi come "Questo cane è libero da pulci" oppure "Questo campo è libero da erbacce".  Ma non poteva essere usata nell'antico significato di "politicamente libero" o "intellettualmente libero" dal momento che la libertà politica ed intellettuale non esisteva più, nemmeno come concetto, ed era quindi, di necessità, priva di una parola per esprimerla. Ma, a parte la soppressione di parole di carattere palesemente eretico, la riduzione del vocabolario era considerata fine a se stessa, e di nessuna parola di cui si potesse fare a meno era ulteriormente tollerata l'esistenza. La Neolingua era intesa non ad estendere, ma a diminuire le possibilità di pensiero; si veniva incontro a questo fine appunto, indirettamente, col ridurre al minimo la scelta delle parole.
[…]Tutte le ambiguità e le sfumature di significato erano state completamente eliminate.
[…]Come abbiamo già veduto nel caso della parola libero , parole che un tempo avevano avuto un significato eretico  venivano pur mantenute, talvolta, per via della convenienza, ma il significato sfavorevole era come purgato. Innumerevoli altre parole, come onore, giustizia, morale, internazionalismo, democrazia, scienza e religione avevano semplicemente cessato del tutto di esistere. Poche parole avevano la funzione di ricoprirle, e ricoprendole le abolivano. Tutte le parole che si raggruppavano attorno ai concetti di libertà e disuguaglianza, per esempio, erano contenute nella semplice parola psicoreato, mentre tutte le parole che si raggruppavano attorno ai concetti di obbiettività e razionalismo erano contenute nell'unica parole archepensare.
[…]In Neolingua era assai raramente possibile seguire un pensiero eretico al di là della pura e semplice percezione, appunto perché esso era eretico:oltre quel punto, le parole che sarebbero state necessarie non esistevano.
[…]La Neolingua, infatti, era distinta da quasi tutte le altre lingue dal fatto che il suo vocabolario diventava ogni giorno più sottile invece di diventare più spesso. Ogni riduzione rappresentava una conquista, perché più piccolo era il campo della scelta e più limitata era la tentazione di lasciar spaziare il proprio pensiero. Si sperava, da ultimo, di far articolare il discorso nella stessa laringe, senza che si dovessero chiamare in causa i centri del cervello.
[…]Una persona cresciuta in Neolingua come sua sola lingua non avrebbe mai saputo che eguale aveva avuto un tempo anche il significato secondario di "eguale politicamente", e che la parola libero  aveva avuto quello di "intellettualmente libero", così come una persona che non conosca affatto la tecnica del gioco degli scacchi non può essere a parte dei significati secondari delle parole regina o torre. Molti delitti ed errori si sarebbero trovati oltre la possibilità d'essere commessi, solo per il fatto che non avevano un nome e quindi o non erano concepibili. E si sarebbe anche potuto prevedere che, con il passare del tempo,  le caratteristiche distintive della Neolingua si sarebbero pronunciate sempre più, le sue parole sarebbero diminuite vieppiù, i loro significati sarebbero diventati sempre più rigidi, e la possibilità di usarli a sproposito si sarebbe ridotta al minimo.
Il giorno che l'Archelingua fosse stata sostituita una volta per tutte dalla Neolingua, si sarebbe infranto l'ultime legame con il passato. […]Ciò significava, in pratica, che nessun libro scritto a un dipresso prima del 1960 si sarebbe potuto tradurre per intero. Questo progetto era chiaramente ammesso nella parola in Neolingua ocolingo, che significava "parlare come un'oca"…
[…]Giunti che saremo alla fine, renderemo il delitto di pensiero, ovvero lo psicoreato, del tutto impossibile perché non ci saranno più parole per esprimerlo.

George Orwell, 1984, Mondadori




George Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair; Motihari, 25 giugno 1903 – Londra, 21 gennaio 1950) è stato uno scrittore, giornalista e glottoteta britannico. Conosciuto come opinionista politico e culturale… http://it.wikipedia.org/wiki/George_Orwell

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.




Note

La neolingua immaginata da Orwell era imposta dal partito/potere con la forza e il popolo ci si adattava fino a farne la propria lingua, per paura. Ma distorcere e impoverire il linguaggio per falsare la realtà e limitare la libertà, sono forme di controllo che si possono perseguire in maniera meno cruenta e più sottile di quella descritta in 1984. I mezzi di comunicazione, soprattutto tv e stampa, ce ne danno continui esempi. Nel caso della tv (italiana), basta guardare una trasmissione degli anni ’70, di politica ad esempio, e paragonarla a una odierna; la differenza, per quanto riguarda il linguaggio, è impressionante. Si assiste a una drastica e drammatica, a volte anche comica, riduzione del vocabolario. Per quanto riguarda la stampa, qualcuno si meraviglia più se un giornalista titola un articolo su un incidente stradale: ”Asfalto killer”? Non è forse un ribaltamento di significato e quindi della realtà? Il linguaggio, non solo quello verbale ma anche e ancor di più quello del corpo, viene quotidianamente mutilato e deturpato in quelli che sono i principali canali informativi del paese, laddove per informativi non si intende fornitori di informazioni ma soprattutto di educazione, anche al linguaggio. Questa ecatombe linguistica è sotto gli occhi di tutti e non desta alcuna indignazione né reazione quali desterebbero pire di libri nelle piazze; i mezzi sono più infidi ma lo scopo è il medesimo e il monito di Orwell resta quindi, purtroppo, più che mai valido.  “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo” scriveva Ludwig Wittgenstein e il nostro è ogni giorno un po’ più limitato.



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Il deserto del reale by Berardi Stefano is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.
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